Marte
Marte, Museo delle Terme, Roma

Ares, che i Romani identificarono con Marte, era figlio di Zeus e di Hera.
Il culto di Ares in Grecia non era né molto diffuso né molto popolare: la Grecia, all’infuori di Sparta che era uno stato militare, non amò mai la guerra. Ma Ares, più che l’arte della guerra, razionalmente condotta secondo precise strategie, amava buttarsi nella mischia allo sbaraglio animato da furia selvaggia e sete di sangue.
Dato il suo brutto carattere, Ares non ebbe mai in Grecia santuari importanti.

Ares non era una divinità benefica e benvoluta nemmeno tra gli dèi dell’Olimpo: malvisto da Atena, lo stesso Zeus, suo padre, nel V Libro dell’Iliade gli dichiara la propria antipatia e gli dice che ha lo stesso carattere attaccabrighe di sua madre Hera.

Ares ebbe numerosi amori, tra questi Afrodite, la dea dell’amore e della bellezza, moglie di Efesto. Da Afrodite ebbe Deimos, lo spavento, e Phobos, il terrore.

A Roma, Ares venne identificato con Marte, molto più umano e benevolo. Presso i Romani, in origine era il dio dell’agricoltura e della primavera; a lui era dedicato il primo mese dell’antico calendario romano, Martius.
Il 29 maggio si celebravano gli Ambarvalia: durante questa festa i contadini, in solenne processione compivano, con gli animali da sacrificare, per tre volte il giro dei propri campi, immolando poi a Marte un maiale, un montone e un toro.

Secondo Ovidio, sua madre Giunone, moglie di Giove, lo avrebbe concepito senza il concorso del marito, ma semplicemente portandosi al cuore un fiore miracoloso, dono della dea Flora.
Marte sedusse la Vestale Rea Silva, che generò Romolo e Remo (per un approfondimento leggi Fondazione di Roma: Storia e Leggenda clicca qui).
Come padre di Romolo, Marte, insieme con Giove e con Quirino (come venne chiamato Romolo dopo la deificazione), formava una triade venerata come la più alta protezione dello Stato, invocata durante la battaglia e onorata dopo la vittoria.

Secondo la tradizione, il vecchio re Numa Pompilio chiese a Marte un segno di benevolenza e vide cadere ai propri piedi dal cielo un piccolo scudo ovale, dalla cui integrità, secondo una profezia, sarebbe dipeso la conservazione di Roma stessa. Perciò il re, per impedire che venisse rubato, fece fare altri undici scudi identici al vero, in modo che nessuno riuscisse a identificarlo. Lo scudo originario, insieme agli altri undici, veniva custodito in un tempio accanto alla Porta Capena, sulla via Appia e quando un generale si accingeva a partire per una guerra, si recava in questo tempio, toccava con la mano i dodici scudi ed esclamava: «Marte, vigila alla nostra salvezza».

Fra le numerose feste, distribuite lungo tutto l’arco dell’anno, che rendevano onore al dio Marte, c’era la festa dell’Equus October, una corsa di carri, al termine della quale il cavallo di destra del carro vincitore veniva ucciso a colpi di lancia e decapitato per propiziarsi il favore del dio.

Gli erano sacri il picchio, il lupo, il cavallo (in quanto protettore dei cavalli, nel mese di marzo si celebravano in suo onore le feste Equiria) e, fra le piante, il lauro.