Gengis Khan e l'Impero dei Mongoli
Pseudoritratto di Gengis Khan, XIV secolo, Museo Nazionale, Taipei

Gengis Khan e l’Impero dei Mongoli: Riassunto di Storia schematico e completo per conoscere e memorizzare rapidamente

Nel Tredicesimo secolo, mentre in Europa fioriscono i commerci, sono ancora in corso le Crociate, e Papato e Impero sostengono le loro ultime lotte, in Asia sorge una nuova immensa potenza, quella dei Mongoli.

I Mongoli, discendenti degli Unni, conquisteranno l’intera Asia e vi fonderanno un impero di nome e di fatto. A guidarli è Gengis Khan (l'”imperatore [Khan] universale [Gengis]”).

Una leggenda mongola narra che alla sua nascita, nel 1162, il piccolo Temudjin (il vero nome di Gengis Khan) serrasse nei pugni del sangue raggrumato. Il fatto fu interpretato come presagio degli istinti guerrieri del bambino che sarebbe diventato il più grande sovrano della storia asiatica.

I Mongoli erano sempre stati nomadi; erano organizzati in clan che componevano a loro volta delle tribù e si spostavano di continuo.

L’irresistibile ascesa di Gengis Khan iniziò con il matrimonio con la giovane figlia del capo della tribù Keraita, il quale lo adottò come figlio. Il suocero era vassallo dell’imperatore della dinastia cinese Jin (1115-1234), e guidava una delle tribù più potenti. Con il suo aiuto Gengis Khan iniziò a unificare le tribù mongole, sino ad allora divise dalle rivalità dei clan.

L’alleanza con i Keraiti fu rotta nel 1203. Le tribù rivali furono sottomesse e riorganizzate in un popolo nuovo unito, denominato dei “mongoli blu”, governato su base militare e affidato ad alcuni degli ufficiali più fidati del giovane khan.

Gengis Khan sapeva bene che non poteva governare sull’odio e sul rancore. Così decise di pacificare i popoli a lui sottomessi, favorendo i matrimoni dei vincitori con le donne dei vinti.

Gengis Khan comprese che per governare i Mongoli era necessario scrivere un diritto comune, riconosciuto da tutti, poiché, sino a quel momento, le norme si erano tramandate solo oralmente. Nel codice confluirono leggi, sentenze, usanze ma anche leggende e credenze popolari. Fece anche scrivere (lui che non imparò mai a leggere e scrivere) le genealogie dei capi (compresa la sua), perché tutti potessero sapere dove trovare una memoria comune.

Gengis Khan addestrò un esercito invincibile: cavalcare al galoppo contro il nemico, voltarsi in maniera fulminea prima di arrivargli a tiro, facendogli credere di essere in fuga, e girarsi sulla sella scoccando con l’arco corto fecce di micidiale precisione appena questi cominciava a inseguirli. Ciascun guerriero, inoltre, galoppava con accanto quattro cavalli privi di cavaliere e, senza interrompere la corsa, saltava dalla propria cavalcatura a quella di riserva, appena la prima cominciava a essere stanca.

Oltre a questo addestramento, Gengis Khan impose ai suoi una disciplina durissima, abituandoli a procedere tanto nel caldo quanto nel freddo, a fare a meno dell’acqua per giorni e giorni e a dissetarsi, secondo l’uso mongolo, incidendo la pelle dei cavalli e bevendone piccole quantità di sangue.

Suddivise l’esercito in unità di cento uomini che facevano parte di superunità di mille uomini e non li sottopose ai loro capitribù ma ai guerrieri più valorosi.

In questo esercito, le donne avevano un ruolo fondamentale: seguivano gli uomini in battaglia e avevano il compito di finire i nemici feriti e di estrarre dai loro corpi le punte delle frecce: una pratica allora fondamentale, data la scarsità di ferro.

In guerra, la violenza dei Mongoli diventò proverbiale: essi non si limitavano a uccidere e a deportare i nemici, ma praticavano sistematicamente la politica della terra bruciata: i campi venivano devastati, le case rase al suolo, i canali riempiti di terra, i pozzi avvelenati. I Mongoli applicavano, poi, e con grande abilità, l’arma psicologica: attaccavano i nemici preceduti da una fama terribile, che diffondeva il panico e provocava spesso sottomissioni rapidissime e totali.

Gengis Khan promise ai suoi uomini ricchi bottini e mosse contro i grandi imperi. Nel 1215 invase la Cina ed entrò a Pechino; si diresse poi verso l’Asia centrale e occupò le città carovaniere di Samarcanda e Bukhara, nodi importantissimi del traffico asiatico.

Dopo la morte di Gengis Khan, il 18 agosto 1227, l’avanzata proseguì sotto la guida dei suoi figli e nipoti (tra cui Kubilay Khan, presso il quale soggiornò Marco Polo).

Tra il 1233 e il 1241 fu conquistata gran parte dell’Estremo Oriente e dalla Corea si tentò inutilmente d’invadere il Giappone. Verso Occidente furono sottomessi l’Iran e l’Armenia, mentre un’altra ondata mongola varcava il Caucaso e abbatteva i principati russi di Vladimir, Kiev e Mosca e piombava poi sulla Polonia: qui si svolse nel 1241 la famosa battaglia di Liegnitz (Legnica), dove un esercito di cavalieri polacchi e tedeschi fu completamente sbaragliato.

I Mongoli conquistarono successivamente l’Ungheria e misero a ferro e fuoco le campagne di Vienna.
Un’altra colonna mongola si abbatté nel 1256 sull’Iraq e sulla Siria; due anni dopo cadeva Baghdad. L’unico che riuscì a resistere fu il sultano d’Egitto che sconfisse un’avanguardia mongola nella battaglia di Ayn Jalut, nel 1260.

Anche se questa battuta d’arresto bloccò l’avanzata dei Mongoli verso Occidente, il loro impero manteneva dimensioni sbalorditive: si estendeva, infatti, dall’Ungheria alla Corea, dalle steppe del Nord al Golfo Persico.

Gengis Khan e l'Impero dei Mongoli

L’Impero mongolo visse prospero e ricco fino al XV secolo, quando fu distrutto da un doppio atttacco dei Cinesi a Est e dei Turchi a Ovest. Da quel momento i Mongoli si chiusero all’interno della loro regione d’origine e non interferirono più nelle vicende asiatiche ed europee.