Giovan Battista Marino: vita, opere, poetica

Giovan Battista Marino: vita, opere, poetica, riassunto di letteratura italiana.

Giovan Battista Marino: la vita

Giovan Battista Marino è il rappresentante più significativo della poesia barocca. Nacque a Napoli, il 14 ottobre 1569 e qui rimase fino al 1600 conducendo una vita piuttosto libera, dedita agli amori e agli studi letterari (gli autori che egli leggeva avidamente e nei quali riconosceva maestri esemplari erano Boiardo, Ariosto, Tasso, Virgilio).

Recatosi a Roma, visse presso il cardinale Aldobrandini, mentre la sua fama di poeta cresceva. Quindi passò a Torino alla corte del duca Carlo Emanuele I, che gli dimostrò tanta ammirazione da suscitare l’invidia di un poeta cortigiano, il genovese Gaspare Murtola. Sorse così tra i due poeti una grave inimicizia che culminò in un tentativo di omicidio da parte del genovese, che finì in prigione, ma fu liberato per intercessione dello stesso Marino. Ma poi il duca fece rinchiudere il Marino in prigione per circa un anno, a causa di maldicenze dette e scritte nei suoi confronti. Liberato, Giovan Battista Marino si recò nel 1616 in Francia, dove stette parecchi anni godendo del favore del re Luigi XIII e della regina Maria de’ Medici. Ormai la sua fama era larghissima: quando nel 1623 tornò in Italia, trovò accoglienze entusiastiche, specialmente a Roma e a Napoli, dove rimase fino alla morte avvenuta il 25 marzo 1625.

Giovan Battista Marino: le opere

Le più importanti opere del Marino sono:

  • la Lira (1614), una raccolta di liriche divisa in tre parti (la prima comprende sonetti, la seconda madrigali e canzoni, la terza sonetti, madrigali e canzoni) e di argomento amoroso, encomiastico e sacro;
  • la Galeria (1619), comprendente componimenti che illustrano opere d’arte;
  • la Sampogna (1620), una raccolta di vari componimenti divisa in due parti: la prima comprende otto idilli mitologici e tre pastorali, la seconda il poemetto Sospiri d’Ergasto e sei egloghe;
  • l’Adone (1623), l’opera più importante di Marino. Per un approfondimento clicca qui

Giovan Battista Marino: la poetica

Il Barocco nella letteratura si manifesta come ricerca di novità, di stranezza, di atteggiamenti fuori del comune, sia nel campo delle parole sia delle immagini, delle idee e dei concetti.

Di qui l’uso di un linguaggio figurato molto spesso artificioso, ricco di metafore e similitudini impreviste, bizzarre. Il maggior rappresentante di questa poesia è Gian Battista Marino. Lo stesso Marino in un verso rimasto celebre proclamava che «è del poeta il fin la maraviglia».

La poetica della maraviglia si fonda su tre elementi essenziali: l’ingegnosità, il descrizionismo, la musicalità. L’ingegnosità consiste soprattutto nella ricerca di arguzie, di impensati accostamenti concettuali, di metafore ardite. Il descrizionismo consiste nella disposizione a descrivere minutamente ed esattamente cose e oggetti della natura e in generale del mondo esterno. La musicalità è intesa come elemento intrinseco e insostituibile del linguaggio poetico, sia come strumento essenziale per la registrazione delle voci delle cose descritte sia come motivo di seduzione e di diletto. Da Marino prese dunque il nome questa nuova poetica, il «marinismo».

L’enorme fortuna del marinismo nella civiltà letteraria del Seicento è attestata dalla folta schiera di imitatori che pullularono in ogni parte della penisola fin quasi agli ultimi anni del secolo. I seguaci del Marino finirono per imitare soprattutto gli elementi più appariscenti dello stile del maestro: metafore, acutezze, iperboli, ma di solito esagerandoli in modo da cadere in aberrazioni e insulsaggini d’ogni genere. Tra tanti e tanti ricordiamo solo qualcuno dei più noti e significativi: Claudio Achillini (1574-1640), Girolamo Preti (1582-1626), Antonio Bruni (1593-1635), Girolamo Fontanella (1612-1644).

Ma non tutta la poesia del secolo seguì i modi e le forme del marinismo. Non mancarono letterati che, per vari motivi, assunsero un esplicito atteggiamento di polemica verso il marinismo, continuando intenzionalmente la tradizione petrarchesca: come il lucano Tommaso Stigliani e il calabrese Pirro Schettini.

Né mancarono quelli che, pur condividendo col marinismo l’esigenza di novità, ne fecero un uso più moderato.