Il rapporto tra intellettuali e fascismo

Il rapporto fra intellettuali e fascismo nel periodo tra le due guerre: riassunto

Il rapporto tra intellettuali e fascismo: il consenso al fascismo

L’affermazione del fascismo poté ben presto contare anche sul massiccio appoggio degli intellettuali. Fondamentali, per capire le ragioni e le scelte degli intellettuali divisi in due campi, il Manifesto degli intellettuali fascisti, del 1925, redatto da Giovanni Gentile, con cui i firmatari garantivano l’approvazone dell’operato di Mussolini e il loro condizionato appoggio al regime, e, in contrapposizione, il Manifesto degli intellettuali antifascisti (dello stesso anno) redatto da Benedetto Croce, a cui aderirono scrittori come Marino Moretti, Aldo Palazzeschi, Eugenio Montale, che vivranno poi appartati e isolati sotto il regime.

Significativo è il destino di Benedetto Croce, che il fascismo non ebbe mai il coraggio di perseguitare o colpire direttamente, per l’altissimo prestigo della sua statura intellettuale. Croce poté così proseguire la sua attività di studioso, a patto che non interferisse direttamente su questioni di carattere politico.

L’adesione degli intellettuali al fascismo presenta, sul piano culturale, motivazioni diverse e non sempre decifrabili con chiarezza (al di là delle ragioni opportunistiche o di convenienza).

Aderì al fascismo Gabriele D’Annunzio, che poteva rappresentare un modello illustre sia per il culto del gesto eroico manifestato nella Grande guerra sia per l’uso di una retorica nazionalistica e imperialistica, alla quale si ispirerà nei suoi discorsi lo stesso Mussolini. Ma, nonostate gli onori tributati, D’Annunzio finirà ben presto per essere accantonato (e per autoescludersi), trascorrendo l’ultimo periodo della vita nella sua villa di Gardone.

Nonostante le convinzioni nazionalistiche e totalitarie, contraddittorio resta il rapporto stabilito con il fascismo da Filippo Tommaso Marinetti, proprio per l’inconciliabilità fra l’ordine politico imposto da Mussolini e il disordine programmatico su cui si basava invece il Futurismo. Dopo aver teorizzato la distruzione di tutte le accademie, Marinetti entrò nel 1929 nell’Accademia d’Italia, trasformandosi in un rappresentante di quell’ufficialità che tanto accanitamente aveva esecrato e combattuto.

Problematica risulta l’adesione di Luigi Pirandello, che avvenne, con una dichiarazione ufficiale, dopo l’assassinio di Matteotti, nel momento in cui il fascismo risultava fortemente indebolito di fronte alla pubblica opinione. Fu quindi un gesto anticonformistico e quasi provocatorio, dovuto alla consueta avversione nei confronti di una mentalità borghese considerata gretta e meschina. Resta il fatto che l’opera di Pirandello sarà sempre lontana da ogni forma di compromesso con le scelte politiche di quegli anni e irriducibile ai miti della propaganda del regime.

Ugualmente netta è la distanza fra le convinzioni fasciste di Giuseppe Ungaretti e il carattere del tutto apolitico della sua poesia, che poteva essere accusata, tutt’al più, di un esasperato individualismo, aristocraticamente chiuso nei confronti di ogni sensibilità sociale.

Altre sono le ragioni che indussero alcuni intellettuali dell’ultima generazione, come Romano Bilenchi (1909-1989), Vasco Pratolini (1913-1991) ed Elio Vittorini, a sostenere inizialmente il fascismo (salvo poi a prenderne ben presto le distanze). Per costoro il movimento di Mussolini sembrò coincidere con gli ardori della giovinezza, presentandosi ricco di potenzialità innovatrici, capaci di spazzare via i residui del conservatorismo borghese.

Il rapporto tra intellettuali e fascismo: l’opposizione al fascismo

Un gruppo di intellettuali estranei o contrari al fascismo si venne invece costituendo a Torino, dove non si era del tutto spento il ricordo di Antonio Gramsci (1881-1937) e Piero Gobetti (1901-1926): entrambi si erano trovati in prima linea nel combattere una acccanita battaglia contro il fascismo, di cui furono fra i più irriducibili avversari, tanto che il regime li ridusse al silenzio: Gramsci fu condannato a vent’anni di carcere; Gobetti si rifugiò a Parigi, dove morì poco dopo per i postumi di un’aggressione squadristica.

La loro lezione venne tenuta in vita da un professore del liceo D’Azeglio, Augusto Monti (1881-1966). Con lui si formarono alcuni giovani che, riuniti intorno alla rivista “La Cultura” e all’attività di una casa editrice esordiente, l’Einaudi, fecero della cultura uno strumento di ricerca autonoma e non allineata, per approdare poi a scelte di opposizione e di cospirazione politica (oltre all’editore Giulio Einaudi, si ricordi Cesare Pavese).

Altri intellettuali infine, troppo compromessi, erano stati costretti all’esilio, sia per evitare il carcere sia per poter continuare la loro azione: è il caso di Ignazio Silone e di Emilio Lussu.