La contestazione giovanile del '68

La contestazione giovanile del ’68

Negli anni Sessanta del Novecento, l’Occidente era la parte più ricca e più libera del mondo. Quasi tutti potevano mangiare tre volte al giorno. Quasi ovunque c’erano diritto di voto e libertà di pensiero e di parola. La possibilità di studiare era di gran lunga cresciuta, e anche per i figli degli operai si erano aperte, finalmente, le porte dell’università.

Sembra dunque che mai l’uomo fosse stato così bene come in quel periodo, e in quella parte del mondo. Eppure fu proprio in quei fatidici anni Sessanta – e proprio in quella parte del mondo – che fermentò la grande rivolta che sarebbe esplosa poco dopo.

La contestazione giovanile prese l’avvio dagli Stati Uniti, dove la protesta studentesca – iniziata con l’occupazione dell’Università di Berkeley, in California, nel 1964 – si intrecciò con la protesta contro la Guerra del Vietnam e col movimento contro la segregazione razziale.

Dagli Stati Uniti la protesta si estese ai maggiori paesi dell’Europa occidentale: nacquero e dilagarono in tutto l’Occidente i movimenti dei “beat“, degli “hippies”, dei “figli dei fiori”. Contestavano l’autorità della famiglia e della scuola, il servizio militare, l’esistenza delle carceri, l’integrazione nel mondo del lavoro.

In Italia la contestazione giovanile del ’68 partì con una rivolta studentesca da Torino. Travolse soprattutto la scuola, mettendone in luce l’arretratezza dei contenuti e delle strutture e la necessità di riforme. Dall’ambito scolastico, la contestazione giovanile sfociò poi su posizioni di sostegno alle lotte operaie (e ciò a seguito dell’apertura della scuola di massa, per cui gli studenti non sono più solo i figli delle classi agiate): la classe operaia intendeva scavalcare i sindacati e prendere direttamente in mano la gestione delle loro rivendicazioni attraveso i consigli di fabbrica formati da delegati eletti direttamente reparto per reparto.

Le conquiste operaie di quegli anni furono ratificate nel marzo 1970 con l’approvazione in Parlamento dello Statuto dei lavoratori, che sancisce la piena “dignità” e “libertà” dei lavoratori e in particolare regola le modalità dell’attività sindacale.

All’interno di questo discorso complessivo, negli anni Sessanta e Settanta del Novecento si sviluppa il movimento femminista: le donne aspirano al ruolo di protagoniste della loro esistenza, da secoli condizionata alle esigenze di una società maschile (per un approfondimento clicca qui).