la cultura antica salvata dai monasteri

La cultura antica salvata dai monasteri

La Cultura Antica: la perdita di un patrimonio immenso

La società romana, nell’epoca d’oro dell’Impero, era fortemente alfabetizzata. La scuola pubblica, infatti, era una delle istituzioni fondamentali (per un approfondimento leggi La scuola ai tempi dei Romani) e tutte le città romane avevano delle biblioteche, anch’esse pubbliche. La sola Roma ne aveva ben 28!

La crisi profonda che attraversò lo Stato romano a partire dal III secolo non risparmiò il mondo della cultura. Il problema si fece più acuto nel IV e V secolo, quando la necessità di spese militari crescenti per contenere l’avanzata dei barbari fece mancare le risorse per conservare questo immenso patrimonio culturale. Le scuole cominciarono a chiudere, mentre alcune biblioteche dovettero essere abbandonate e i loro testi andarono perduti.

I libri, che all’epoca venivano copiati a mano e circolavano in un numero limitato di copie, cominciarono a non essere più riprodotti. Alcuni testi divennero introvabili. Le incursioni dei barbari non migliorarono certo le cose: saccheggi e distruzioni colpirono anche il patrimonio culturale. Per i Germani, che avevano una cultura orale ed erano per lo più analfabeti, era impossibile apprezzare pienamente il patrimonio di cultura e di sapere della civiltà greco-romana e cercare di tramandarlo.

Fu allora che andò perduta la maggior parte della cultura antica: opere di storici, di poeti, di filosofi e di scienziati scomparvero nel nulla perché, non avendo lettori, non furono più ricopiate. In questo gigantesco naufragio la scrittura sopravvisse in alcune piccole “isole di cultura”, i monasteri.

I monasteri centri di cultura

A partire dal VI secolo i monasteri divennero centri di cultura e di copiatura dei manoscritti; allo stesso tempo, però, si smise di copiare i testi considerati inutili per il loro contenuto oppure non coerenti con le esigenze della fede. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che la maggior parte degli autori antichi era pagana e la Chiesa era impegnata in una dura battaglia per estirpare il paganesimo.

La produzione libraria avveniva tutta dentro il monastero e comprendeva varie fasi:

  • Bisognava anzitutto preparare la pergamena, ricavata dalle pelli dei vitelli, delle pecore o dei capretti. Per evitare che marcisse, la pelle veniva immersa in un bagno d’acqua e di calce e fatta asciugare tesa entro un telaio. Bisognava poi raschiarla per eliminare le scorie e levigarla con la pietra pomice. Veniva infine tagliata per farne fogli uguali.
  • Si passava poi alla seconda fase: le pagine venivano cucite in fascicoli di quattro fogli (i cosiddetti quaternioni, da cui la parola «quaderno») che ripiegati formavano sedici pagine. Venivano inoltre rigate per facilitare l’allineamento della scrittura.
  • La terza fase era quella più impegnativa: si svolgeva nello scriptorium e consisteva nella scrittura e nell’ornato. La scrittura avveniva ricopiando o sotto dettatura. Questa fase poteva durare mesi o anni, a seconda dell’ampiezza del testo e della qualità formale della scrittura e dell’ornato.
    Per comprendere quanto fosse faticosa questa operazione dobbiamo tenere presenti alcuni aspetti: lo strumento per scrivere, il calamo, era una semplice cannuccia di legno o una penna d’oca: maneggiarlo non era facile e doveva essere rifilato in continuazione. L’inchiostro doveva essere adoperato attentamente per evitare macchie. Per evidenziare le iniziali e i titoli, l’inchiostro nero veniva alternato a quello rosso, ricavato da un minerale, il minio. (Successivamente il verbo «miniare» passò a indicare tutte le figure colorate, che vennero dette «miniature»). Prima dell’invenzione della stampa, l’uniformità grafica di un libro era affidata alla calligrafia del copista, e questo accresceva enormemente i tempi.
  • Nella quarta e ultima fase i fascicoli venivano riuniti e rilegati con una coperta. La coperta era fatta solitamente con due tavole di legno rivestite poi con del cuoio.

Quasi tutti i libri usciti da uno scriptorium finivano nella biblioteca del monastero. I monaci leggevano soprattutto le Sacre Scritture e alcuni testi di argomento religioso. Il resto dei libri, che era la maggior parte, non aveva lettori. Essi venivano ricopiati perché rappresentavano un bene importante, che arricchiva il patrimonio del monastero e ne accresceva il prestigio.

Gli ultimi letterati antichi

A salvare la cultura antica dall’oblio fu soprattutto un manipolo ridotto di letterati che, nel V e VI secolo, conservò un rapporto stretto con questo patrimonio e con la scrittura. Personaggi come Cassiodoro e Boezio, vissuti durante il regno del re ostrogoto Teodorico il Grande, furono tra gli esempi più importanti di questa battaglia per la conservazione della cultura greca e romana.

Cassiodoro (485-580 circa) fu per decenni ministro dei sovrani ostrogoti. Al termine della guerra greco gotica, si ritirò nel monastero di Vivario, da lui fondato in Calabria.
Qui si dedicò alla trascrizione degli antichi manoscritti, insegnando ai monaci la difficile arte della copiatura, della correzione e dello studio dei testi religiosi e profani. In questo modo, Cassiodoro contribuì alla definizione di uno dei caratteri principali del monachesimo medievale: la salvaguardia e la trasmissione del patrimonio culturale classico, che veniva messo a disposizione della cultura cristiana.

Boezio (475-522) non fu da meno. Fu, infatti, uno degli ultimi letterati occidentali a parlare correntemente il greco. Dobbiamo a lui se molte opere in quella lingua sono giunte fino a noi.