La mandragola di Niccolò Machiavelli, riassunto e analisi

La mandragola di Niccolò Machiavelli. Riassunto di Letteratura italiana: trama, personaggi, analisi e commento, per conoscere e memorizzare rapidamente

La mandragola, scritta intorno al 1518 e composta da un prologo e cinque atti, è il capolavoro di Niccolò Machiavelli in campo teatrale. Si tratta dell’opera di maggior spicco del teatro comico del Cinquecento.

La sua composizione risale al periodo in cui Machiavelli era forzatamente escluso dall’attività politica e riflette lo stato d’animo risentito e amaro di quegli anni.

La mandragola di Niccolò Machiavelli: la trama

La commedia prende il titolo da un’erba medicinale, la mandragola, che avrebbe la virtù di combattere la sterilità delle donne.

Nicia, dottore in legge ma persona semplice e meschina, cade nell’inganno tesogli da Callimaco, che è innamorato della moglie di lui, Lucrezia, bellissima ma savia e onesta.

Callimaco si avvale dei consigli di un sensale di matrimoni, il parassita Ligurio, freddo calcolatore e stratega della beffa. Poiché Nicia vuole avere un figlio, Ligurio lo convince a far bere alla moglie una pozione di mandragola, avvertendolo però – sta qui l’astuzia – che la prima persona che giacerà con Lucrezia ne assorbirà il veleno e morirà entro otto giorni. Occorre dunque trovare qualcuno che si presti, a sua insaputa, a morire al posto del marito. Ovviamente questo qualcuno sarà Callimaco stesso, che così potrà per una notte godersi Lucrezia con il consenso del marito.

Più difficile è convincere Lucrezia, che viene indotta ad accettare il gioco solo quando la madre, Sostrata, e il confessore Timoteo (abilmente preparato da Ligurio e con la promessa di trecento scudi «da distribuire in limosine»), la forzano a un tale passo (entrambi fanno leva sul senso del dovere di Lucrezia per indurla a cedere).

Così Callimaco, travestito da «garzonaccio», viene introdotto in camera della donna alla quale si rivela chiedendo perdono in nome del suo amore. E Lucrezia, che fino a quel punto ha invano tentato di serbare la sua onestà, da vittima diventa ora attrice e protagonista, donando liberamente e lietamente il suo amore al giovane. Anzi, dopo l’incontro con Callimaco, accetta di buon grado di avere con lui una relazione duratura. Nicia, soddisfatto della futura paternità, accoglie in casa il giovane come amico fraterno, ignaro del legame di questi con la moglie.

La mandragola di Niccolò Machiavelli: i personaggi

Secondo la consuetudine del teatro comico latino, alla commedia è premesso un prologo, in cui viene illustrata la vicenda e vengono presentati i personaggi che dovranno agire sulla scena.

Callimaco: è lui stesso a presentarsi nell’Atto Primo, Scena Prima. Restato orfano a dieci anni, fu mandato dai tutori a Parigi e vi è rimasto vent’anni, dedicandosi agli studi, ai piaceri, agli affari. Un giorno, mentre è a pranzo con altri fiorentini, nasce una disputa su dove si trovino le donne più belle, in Francia o in Italia. Camillo Calfucci, giunto da poco a Parigi, afferma che se anche tutte le donne italiane fossero mostri, basterebbe una sola per riscattare il loro onore, monna Lucrezia, moglie di messere Nicia Calfucci, suo parente. La descrizione mette in Callimaco un ardente desiderio di conoscere la donna e si trasferisce a Firenze, dove si accende di appassionato amore per lei. Ha timore che Ligurio lo inganni o che non riesca ad aiutarlo, anche perché è convinto di avere ben poche possibilità. Anche durante l’attuazione dell’inganno ha sempre paura che qualcosa possa andare storto. E quando alla fine è quasi certo che tutto vada a buon fine quasi non ci crede, si ritiene indegno di così tanta fortuna. È continuamente in preda a sentimenti contrapposti come la speranza e il timore, la felicità e la disperazione.

Nicia: è uno stupido borioso, infatuato del proprio prestigio di dottore in legge; ostenta gonfio di presunzione la propria cultura. Usa proverbi e modi di dire stereotipi del fiorentino, espressione di una saggezza spicciola. Non ha alcun rispetto né comprensione per la moglie, e ne rappresenta in modo ridicolo e caricaturale le proteste. È avaro e attaccato al denaro, come si può capire dalla reazione spaventata all’apprendere la cifra da versare a fra Timoteo. È un cinico amorale ed egoista (la soddisfazione del proprio desiderio di avere un figlio avrà come conseguenza la morte di un uomo). L’unico vero scrupolo che nasce in lui non è di natura morale, ma è suggerito solo dalla paura dell’intervento punitivo della magistratura. Ma il tratto più rilevante del personaggio è la sua grettezza, la sua inerzia, la sua provinciale angustia di orizzonti: si pensi al fastidio che prova al solo pensiero di spostarsi di poche miglia dalla sua città, alle  sue vanterie di viaggiatore, mentre non si è mai allontanato dai dintorni di Firenze.

Ligurio: è lui il regista: è lui che distribuisce i compiti e assegna i ruoli, che architetta l’espediente della falsa pozione e che trova il modo di convincere la riluttante Lucrezia a giacere con lo sconosciuto «garzonaccio». Capace di calcolare tutte le mosse, è freddo e sicuro nell’agire. La sua spregiudicatezza non si arresta di fronte all’ostacolo dei princìpi morali; utilizza ai propri fini la sottile conoscenza della psicologia umana; è in grado di fronteggiare qualsiasi imprevisto con rapide decisioni. Tutte queste doti ne fanno un tipico eroe machiavelliano.

Frate Timoteo: ha molti punti di affinità con Ligurio. Infatti, Ligurio e Timoteo sono due personaggi omologhi e speculari, rappresentanti l’uno della società civile, l’altro di quella religiosa, ma uniti dallo stesso cinismo e dalla stessa astuzia. Timoteo ha un solo dio, il denaro, e a questa divinità piega anche la religione. Ciò risulta chiaramente dalla scena in cui egli si serve di argomenti religiosi per raggiungere obiettivi che niente hanno a che fare con la religione. Infatti per persuadere Lucrezia egli impega i seguenti ragionamenti: avere un figlio è un bene perché significa acquistare un’anima a Dio; per peccare occorre la volontà di farlo, e Lucrezia non ha tale volontà; disobbedire al marito è un peccato; secondo la Bibbia le figlie di Lot arrivarono a congiungersi con il padre per non disobbedirgli; quella notte stessa l’angelo Raffaele farà da guida alla donna. Come si vede, il linguaggio religioso serve solo da copertura per un personaggio che manca di qualsiasi vero spirito religioso. La religione è ridotta unicamente a ipocrisia: serve a Timoteo come cinico paravento dietro cui ripararsi per badare meglio ai propri affari.

Sostrata: è la madre di Lucrezia. Spalleggia frate Timoteo con nuovi argomenti. Usa anche lei quelli religiosi, ma vi aggiunge quelli pratici (se Lucrezia non avesse figli, qualora restasse vedova, resterebbe senza casa e senza averi) e allusioni maliziose (la fortuna che sta per capitare a Lucrezia): una malizia ignobile se si considera che è una madre che sta parlando alla figlia.

Lucrezia: Lucrezia è un personaggio che ha un ruolo di primaria importanza nel testo, ma compare pochissimo in scena di persona: la sua figura emerge soprattutto dalle parole degli altri personaggi. I tratti che la caratterizzano sono la superiorità morale, il rigore della devozione religiosa, la castità, l’onestà, la saggezza e la ponderatezza, la morigeratezza che la porta a rifuggire dagli svaghi mondani e a vivere chiusa in casa. Per questo resiste con tutte le forze al «vituperio» di dover sottomettere il suo corpo a un altro e alla prospettiva della morte di un uomo, che ne seguirebbe. Solo dinanzi al sottile, abilissimo, irresistibile argomentare teologico del frate resta senza mezzi di difesa e deve cedere.
Spicca in modo sconcertante la trasformazione che si opera in lei nel finale, quando, scoperto l’inganno, si adatta a divenire l’amante di Callimaco. Di fronte a questo voltafaccia improvviso molto vari sono stati i giudizi della critica, e varie le interpretazioni proposte. Vi si è individuata ad esempio la celebrazione del piacere carnale: dopo lunghi anni di astinenza, la scoperta del piacere sessuale determina nella donna un trionfo delle forze della natura, che la libera dagli impacci delle norme sociali e dalla tradizione; in tal caso la trasformazione di Lucrezia sarebbe vista da Machiavelli in luce positiva e caldamente approvata.
Oppure si potrebbe pensare che anche Lucrezia partecipi della natura negativa di tutti gli altri personaggi, che in lei era velata dall’educazione e dalle pratiche devozionali, e che emerga infine il suo cinismo egoistico, pronto a perseguire il proprio utile ignorando ogni norma morale.
Secondo un’ultima interpretazione Lucrezia è capace di adeguarsi con capacità e convenienza al variare della fortuna e delle situazioni che si presentano: la duttilità è una delle componenti fondamentali della «virtù» dell’uomo che Machiavelli elogia in molti punti della sua opera, in particolare nel capitolo XXV del Principe.

La mandragola di Niccolò Machiavelli: l’analisi e il commento

Nel comporre La mandragola, Machiavelli tiene presenti i due modelli latini Terenzio e Plauto, ai quali si aggiunge l’influenza di Giovanni Boccaccio: il protagonista, il dottore in legge Nicia, ha infatti qualcosa di Calandrino (personaggio del Decameron), e il tema della beffa erotica deriva anch’esso dal Decameron. Manca, però, nella Mandragola, il gusto edonistico di Boccaccio. Machiavelli non celebra il piacere dei sensi, e neppure esalta l’ingegno dei beffatori. Piuttosto si limita a constatare freddamente che il mondo si divide fra astuti ingannatori e ingenui ingannati.

La comicità di Machiavelli non è serena e distesa, ma cupa, amara, quasi sinistra. La commedia rappresenta un mondo senza luce, dove domina solo la legge dell’interesse economico, dell’astuzia e dell’inganno, e in cui ogni principio morale, ogni sentimento nobile e disinteressato appare assente.

Si riflette, in questa prospettiva di degradazione, la situazione stessa della crisi politica attraversata dalla città di Firenze (in cui Machiavelli ambienta la vicenda) che, da centro della politica italiana, quale era stata nei secoli passati, e da potenza economica di livello europeo, si era ridotta a un livello provinciale e non contava quasi più nulla nel gioco politico del tempo.

Dall’altro lato, però, come nel Principe, con disincantato realismo, la polemica contro l’immoralità e l’egoismo si accompagna a una certa ammirazione per la “virtù” di quei personaggi che, come Ligurio, con astuzia ed energica decisione, sanno perfettamente controllare gli eventi e sfruttare le azioni opportune.