La roba di Giovanni Verga, riassunto e commento

La roba è la settima delle Novelle rusticane, una raccolta di dodici racconti siciliani di Giovanni Verga pubblicata nel 1883. Qui il riassunto e il commento.

La roba di Giovanni Verga: il riassunto

Il protagonista della novella La roba di Giovanni Verga è Mazzarò, che, da umile bracciante sfruttato e maltrattato, alle dipendenze di un barone latifondista, si trasforma egli stesso in un grande proprietario terriero soppiantando il nobile.

A vederlo Mazzarò sembra un «omiciattolo», cioè un uomo da nulla, di scarsa importanza, ma «aveva la testa ch’era un brillante» e grazie a una vita di privazioni e durissimo lavoro riesce a riscattarsi dalla miseria («Egli non beveva vino, non fumava, non usava tabacco […]. Non aveva il vizio del giuoco, né quello delle donne». «Non aveva mai lasciato passare un minuto della sua vita che non fosse stato impiegato a fare della roba»).

Ma il benessere economico, la roba, accumulata con tenacia e sacrificio, non gli procura gioia, né pace, anzi finisce col diventare un’ossessione («Tutta quella roba se l’era fatta lui, colle sue mani e colla sua testa, col non dormire la notte, col prendere la febbre dal batticuore o dalla malaria, coll’affaticarsi dall’alba a sera, e andare in giro, sotto il sole e sotto la pioggia, col logorare i suoi stivali e le sue mule»).

Oppresso da questa sua ricchezza, solo, privo di affetti familiari (rimpiange perfino i 12 tarì spesi per il funerale della madre, l’unica donna che «aveva avuto sulle spalle») all’avvicinarsi della morte, Mazzarò ha un’esplosione di follia (vorrebbe uccidere anatre e tacchini e portare con sé la roba nell’aldilà) perché si sente tradito e vinto dalla sua stessa “roba”, che gli sopravviverà.

La roba di Giovanni Verga: il commento

La conclusione del racconto è giocata sul tema della vanità della roba di fronte alla morte, la prospettiva della quale rende assurde l’accumulazione e l’arrampicata sociale: la roba non può dare senso alla vita, cosicché l’epica dell’accumulazione si rovescia, alla fine, nella scoperta della sua insensatezza.

Ed è proprio nella verifica finale dell’insensatezza della roba come valore supremo a cui ispirare la vita che troviamo la continuità tra i due protagonisti: Mazzarò e Mastro don Gesualdo (il romanzo che Verga stava già iniziando a progettare): Mazzarò, che si è dedicato alla roba senza distrazioni e senza alcuna concessione ai sentimenti, di fronte alla morte non sa a chi lasciare la roba né trovare uno scopo alla propria vita. Succederà così anche a Gesualdo.

Anche Mazzarò e Gesualdo, dunque, risultano dei «vinti», vittime di un destino che li sovrasta e contro il quale è inutile lottare. Giovanni Verga infatti aderisce alla teoria del darwinismo sociale, per cui la vita è una lotta di individui che competono tra loro per eliminarsi a vicenda. Tuttavia egli vede anche il limite dell’individualismo borghese che, riducendo la vita all’aspetto economico, non riesce a trovare ragioni, significati e valori forti. Il vincitore della competizione risulta così, dentro di sé, un vinto. In questo modo, implicitamente, Verga prende le distanze dalla logica economica che egli riconosce come unica legittima ma di cui denuncia anche la sostanziale insensatezza.