La sposa normanna, riassunto

La sposa normanna di Carla Maria Russo, riassunto dettagliato

Il romanzo La sposa normanna è ambientato nella Palermo del XII secolo. Costanza d’Altavilla è in convento da molti anni; il motivo per cui si è fatta suora sembra essere più il desiderio di sfuggire alle insidie amorose del fratellastro e perché nutre un amore impossibile per un aristocratico di rango inferiore (Ruggero D’Aiello), che per una vera vocazione religiosa.
Inaspettatamente viene richiamata a corte, perché il re Guglielmo D’Altavilla è gravemente ammalato: non ha avuto figli e, oltre a lei, l’unico altro membro della famiglia reale è Tancredi. Questi è nipote di Costanza e cugino del re, ma figlio illegittimo e, in quanto tale, è impensabile incoronarlo.

Allora il re impone a Costanza di rinunciare ai voti e di sposare Enrico di Svevia, figlio dell’imperatore di Germania Federico Barbarossa, per poter salvare l’integrità del regno dei Normanni di Sicilia e Napoli, privo di un erede autorevole ed esposto alle mira espansionistiche del papa Celestino III.

Si spera infatti che Costanza, sebbene abbia superato i trent’anni, possa mettere al mondo un erede, che riunisca nella sua persona le due corone e blocchi il tentativo del papa di far intervenire in Italia il re di Francia.

Il matrimonio risulta essere un legame infelice, perché il principe (un ragazzo di diciannove anni, di indole sadica, analfabeta, gretto, rozzo, autoritario, debole e collerico) le rinfaccia continuamente la sua età avanzata e la sua sterilità.
In realtà Enrico è fortemente attratto da Costanza, ma contemporaneamente ne prova soggezione, perché è evidente persino a lui la differenza di statura intellettiva, etica e morale nei confronti della moglie e per questo egli la umilia continuamente come può. Anche Costanza, del resto, dal canto suo, non compie mai un gesto di affetto per il marito, mai che mostri un fremito di passione.

Muore Federico Barbarossa e questa morte peggiora la situazione, perché suo figlio, il nuovo imperatore Enrico di Svevia, si muove con ferocia ed è incapace di esercitare un buon governo nei confronti dei sudditi normanni.
Scoppia, allora, una rivolta, capitanata da Tancredi, nipote di Costanza. Zia e nipote sono uniti da affetto sincero e con uno stratagemma il nipote rapisce la zia, che per un po’ vive a Palermo, formalmente prigioniera di Tancredi (che si è proclamato re di Sicilia), ma in realtà riverita e stimata da tutti come la vera regina.
Il marito, l’imperatore Enrico di Svevia, riesce però a riprenderla sotto il suo controllo e lei, costretta a ritornare in Germania, finalmente resta incinta.

Quando, però, Costanza scopre la gravidanza, Enrico di Svevia è in Italia per domare una rivolta e non crede alla sua futura maternità: è convinto, infatti, che lei voglia approfittare della sua lontananza per inventarsi una maternità inesistente e presentargli, alla fine, un neonato qualunque, «magari figlio di una serva o di una dama di compagnia».

Enrico di Svevia ordina allora a Costanza di partire immediatamente per l’Italia e raggiungerlo, perché solo se vedrà il bambino nascere lo riconoscerà come legittimo. Questa sua decisione viene suggerita e incitata da Gualtieri di Palearia. Questi è il legato del papa e ministro dell’imperatore; è un uomo ambizioso e perfido, freddo e cinico al pari dell’imperatore e da sempre nemico acerrimo degli Altavilla.
Costanza non ha scelta: affinché i diritti di suo figlio siano riconosciuti di fronte al mondo, deve fare in modo che il marito lo accetti come figlio legittimo e, per questo, non può far altro che eseguire gli ordini, sebbene il suo medico di fiducia, Anselmo di Upsala, le sconsigli questo viaggio attraverso le Alpi in pieno inverno, con il rischio (già presente) di un parto prematuro.

Costanza è in viaggio per raggiungere Palermo ed è il giorno di Natale dell’anno 1194 quando le contrazioni aumentano con intensità crescente. Ordina, allora, al suo medico di far innalzare una grande tenda da campo nel centro della piazza principale di un piccolo borgo, Jesi, appena raggiunto. Comanda di inviare araldi per le vie del paese, affinché gli abitanti siano informati di quanto sta per accadere: l’imperatrice, in viaggio verso la Sicilia, è stata colta dalle doglie e ha stabilito di fermarsi a Jesi, per partorire; è sola e lontana dalla famiglia e per questo supplica tutte le donne del luogo di assisterla durante il parto.

Costanza ha maturato una decisione molto difficile, per la quale il suo medico solleva delle perplessità. Ma all’imperatrice non interessa altro che il bene di suo figlio, da lei chiamato Costantino e futuro imperatore Federico II di Svevia. Nella tenda deve esserci un numero di testimoni tale che nessuno possa mai in futuro, dubitare sulla legittimità del bimbo.

A turno, tutte le donne di Jesi entrano nella tenda: all’inizio sono intimidite, ma Costanza prende le loro mani e le appoggia sul suo ventre; chiede loro di consigliarla, di confortarla e di assisterla. Si presenta ad esse non come l’imperatrice ricca e potente, ma come una donna comune, una madre generosa che, con dolore e fatica, combatte perché suo figlio nasca. Per questo le donne del paese l’accolgono tra esse, soffrono con lei e per lei, e i loro sguardi si velano di lacrime, perché il parto è estremamente difficile.

La tensione di tutte cresce, finché il grido lungo e lancinante di Costanza e il vagito potente e acuto del bambino non squarciano l’aria: Costantino, l’erede al trono normanno, è nato ed è un bimbo forte e sano.

Non appena la notizia giunge a Gualtieri di Palearia, questi, furente, non perde tempo a macchinare il suo nuovo piano: consiglia l’imperatore, del quale gode della più completa fiducia, di trasferire il bambino in Germania per educarlo come si conviene ad un futuro re e di mandare Costanza in Sicilia. In seguito – Gualtieri medita tra sé – si sbarazzerà di lei con un’accusa di tradimento e poi assassinerà anche Costantino.
Giunti a Palermo, Costanza deve assistere, inerme, all’incoronazione di suo marito, Enrico VI di Svevia. Subito dopo Enrico si reca a Palermo per predisporre il trasferimento del figlio in Germania.

Costanza approfitta della lontananza del marito per girare per i quartieri popolari della città: confida alle donne del popolo di Palermo, madri come lei, le sue pene e le supplica di vegliare su Costantino, se un giorno lei verrà a mancare. Vuole che la sua gente capisca che lei non condivide la brutalità del marito, che è una vittima come tutti loro. Solo così Costantino, un giorno, sarà amato come figlio di Costanza ed erede degli Altavilla e non degli Hohenstaufen di Svevia.

Sorprendentemente Costanza riesce a salvare se stessa e suo figlio in seguito, e grazie, alla morte improvvisa del marito, che, durante una battuta di caccia, viene colto da un’infezione intestinale fulminante.
Ora, aiutata dal conte Ruggero D’Aiello, uomo coraggioso e leale, autorevole e fermo, da sempre innamorato di lei e per lei pronto a morire (cosa che avverrà), Costanza riesce a riprendersi il trono degli Altavilla (rinunciando però alla corona dell’impero) e suo figlio.

Purtroppo Costanza lo lascia orfano all’età di tre anni, in balìa del suo nemico, Gualtieri di Palearia, sempre più infido, ambiguo, minaccioso. Ma come emissario del papa (ora Innocenzo III), Gualtieri è l’unico che lo può proteggere.
Sebbene alla mercé di innumerevoli nemici, il piccolo Federico riesce a sopravvivere, nascondendosi nei vicoli di una Palermo tollerante, abitata da siciliani, normanni, arabi ed ebrei. Tutti loro lo amano, lo proteggono, lo allevano e lo educano.

Questa sua esperienza di vita, unita alla straordinaria intelligenza, forza d’animo, coraggio, versatilità, gli consente appena quattordicenne, di riprendersi il trono senza un esercito, perché al suo fianco ha l’intero popolo di Palermo, desideroso di vendetta e pronto a proteggerlo fino alla morte.
Salito sul trono, Gualtieri di Palearia è mandato in un monastero, nei pressi di Catania, dove muore pochi anni dopo.

Federico II di Svevia, nel 1220, per mano del papa Onorio III è incoronato imperatore, ma in Germania si reca raramente e, pur comprendendolo, si rifiuterà sempre di parlare il tedesco.
Pochi mesi dopo l’ascesa al trono, Federico, un re senza soldati e senza mezzi, si unisce in matrimonio con la principessa Costanza d’Aragona: più vecchia di lui di dieci anni, scelta per lui da papa Innocenzo III, porta in dote, tra le altre ricchezze, un esercito di cinquecento cavalieri armati.
Da Costanza, che muore nel 1222, Federico ha un figlio maschio, Enrico VII.
Ebbe altre due mogli, più un numero incalcolabile di amanti e figli illegittimi. Nella sua vita, però, amò una sola donna: Bianca Lancia, da cui ebbe Manfredi, il figlio prediletto.

Federico II di Svevia muore il 13 dicembre del 1250.