Tiberio e Caio Gracco
Eugène Guillaume, "Cenotafio dei Gracchi", fine XIX secolo, Musée d'Orsay, Parigi

I fratelli Tiberio e Caio Gracco erano due aristocratici riformatori, legati da rapporti di parentela agli Scipioni. La loro madre Cornelia era infatti figlia di Scipione l’Africano.

Tiberio Sempronio Gracco (162 a.C. – 133 a.C.), il maggiore, partecipò alla distruzione di Cartagine nel 146 a.C. agli ordini del cognato Scipione l’Emiliano e poi fu questore in Spagna nel 137 a.C.
Nel 133 a.C. fu eletto tribuno della plebe. Tiberio si rese subito conto che i mali di cui soffriva l’Italia erano dovuti all’estensione dei latifondi, al mutarsi delle coltivazioni in pascoli, alla continua affluenza dei piccoli proprietari a Roma che finivano per trasformarsi in clienti dei nobiles o in proletari. Se non si fosse invertito questo processo, Roma non avrebbe potuto più reclutare i suoi fortissimi soldati, che erano tratti dal ceto dei contadini.

Tiberio Gracco e la riforma agraria

Tiberio Gracco concepì allora un progetto: richiamare in vita una legge che già esisteva ma che era disapplicata. Si trattava di una delle leggi Licinie Sestie che fissava limiti massimi al possesso privato di agro pubblico. Così come formulato da Tiberio, il progetto prevedeva che nessuno potesse possedere più di 500 iugeri (125 ettari) di terra pubblica, aumentabili di 250 per ogni figlio maschio entro il limite massimo di 1000. Coloro che oltrepassavano questo limite avrebbero dovuto restituire la terra, venendo compensati nel caso vi avessero apportato migliorie. La terra così recuperata sarebbe stata assegnata in lotti da 30 iugeri ciascuno ai cittadini romani indigenti.
La nobilitas si oppose. Temeva infatti di perdere sia una parte dei latifondi sia le clientele formate dai nullatenenti.

Tiberio Gracco e la deposizione di Marco Ottavio

Marco Ottavio, un altro tribuno della plebe, sobillato dai nobiles, mise il veto alla proposta che Tiberio aveva avanzato ai comizi.
Il veto di un tribuno contro un altro tribuno era legale, ma Tiberio Gracco chiese ai comizi di dichiarare decaduto Marco Ottavio, perché nemico degli interessi del popolo. Questo atto era illegale, eppure Ottavio fu destituito e la Lex Sempronia Agraria fu approvata.

La commisione prevista da Tiberio per la misurazione dell’agro pubblico iniziò i lavori, ma si pose un secondo problema. I nullatenenti ai quali andavano i lotti assegnati avrebbero necessitato anche di sussidi per acquistare attrezzi, bestiame e sementi. Dove trovare i soldi necessari? Tiberio pensò anche a questo!

Tiberio Gracco e il tesoro di Pergamo

Proprio nel 133 a.C. era morto Attalo III di Pergamo, che aveva lasciato il suo regno in eredità ai Romani. Nel tesoro di Pergamo Tiberio vide il mezzo per finanziare la ricostituenda classe contadina. Questa volta però l’opposizione senatoria fu violenta, perché il Senato si sentiva addirittura spodestato delle sue prerogative in fatto di politica estera.

La morte di Tiberio Gracco

Tiberio ora temeva sia per il successo della riforma agraria che per la sua persona. Per questo egli ripropose la sua candidatura alla carica di tribuno per l’anno seguente, sebbene anche questo fosse incostituzionale. I comizi si tennero nel periodo della mietitura, quando la maggior parte dei sostenitori di Tiberio era impegnata nei lavori agricoli. I nobiles accusarono Tiberio di essere un rivoluzionario e chiesero ai consoli di sciogliere i comizi, ma questi rifiutarono. Allora, i senatori accompagnati da molti clienti e servi si presentarono armati di bastone sul Campidoglio, dove si tenevano i comizi. Scoppiarono disordini violenti e Tiberio fu ucciso, insieme a circa 300 dei suoi.

Le riforme di Caio Gracco fratello di Tiberio

Dieci anni più tardi, nel 123 a.C., venne eletto tribuno il fratello di Tiberio, Caio Sempronio Gracco (154 a.C. – 121 a.C.).

La tragica esperienza del fratello gli aveva fatto capire che doveva assicurarsi più solide alleanze politiche, altrimenti nessuna riforma avrebbe mai superato l’opposizione dei senatori.

Con un’apposita legge, Caio Gracco aprì ai cavalieri l’accesso al tribunale che giudicava gli abusi dei magistrati nelle province. Il tribunale fino ad allora era stato composto solo dai senatori, ora Caio voleva ridimensionare il potere senatorio e accrescere il peso politico dei cavalieri.

A favore del proletariato urbano fece passare una legge frumentaria che prevedeva la vendita di grano a prezzi controllati.

Per ridurre la disoccupazione avviò opere pubbliche e progettò di assegnare la terra ai meno abbienti attraverso la fondazione di nuove colonie.

Infine, Caio Gracco affrontò il problema della concessione della cittadinanza romana agli alleati italici, che da tempo la chiedevano. Con moderazione e prudenza, propose che intanto venisse riconosciuta ai Latini.

Le conseguenze delle riforme di Caio Gracco

Le leggi furono approvate. Forte di questi successi Caio Gracco venne rieletto tribuno nel 122 a.C., grazie a una nuova legge che adesso lo permetteva.

La nobiltà senatoria riuscì però a presentare l’estensione della cittadinanza agli italici come un danno per il proletariato romano. Questi, infatti, avrebbero dovuto dividere con loro il lavoro e i benefici derivati dalla legge frumentaria.

Senza più il sostegno della plebe urbana, a Caio venne meno anche quello dei cavalieri, che temevano di perdere il monopolio negli appalti e altri vantaggi economici a favore di commercianti e affaristi italici.

Privo di potere e di sostegno, Caio Gracco divenne preda degli avversari. Nel 121 a.C. a Caio Gracco non riuscì la terza elezione al tribunato e il Senato mise in discussione tutte le riforme graccane. Scoppiarono violenti disordini in occasione di un concilio della plebe. Il Senato colse al volo l’occasione: emanò per la prima volta il cosiddetto senatus consultum ultimum, una «estrema deliberazione del Senato». Con questa affidò ai magistrati poteri straordinari e gli si ordinava di compiere tutti gli atti necessari, anche al di fuori della legge normale, per ristabilire l’ordine e «difendere la Repubblica». Questa espressione voleva dire che il movimento graccano poteva essere soffocato nel sangue. Così fu.

La morte di Caio Gracco

Caio Gracco, per non cadere vivo nelle mani dei nemici, si fece uccidere da uno schiavo. Il suo cadavere fu buttato nel Tevere, insieme a quello di 300 dei suoi. Altri 3000 furono giustiziati nei giorni seguenti. A sua madre Cornelia fu proibito di portare il lutto. La sua casa fu saccheggiata, la sua testa portata in Senato, che aveva promesso di pagarla a peso d’oro.