Le Rime di Vittorio Alfieri

Le Rime di Vittorio Alfieri divise in due parti, la prima pubblicata nel 1789 e la seconda postuma nel 1804, comprendono fra sonetti, canzoni, epigrammi, capitoli in terzine e stanze 351 componimenti, scritti dal 1776 al 1799.

Di carattere fortemente autobiografico, ogni componimento reca l’indicazione di una data e di un luogo. La forma privilegiata è quella del sonetto.

Molti tra i sonetti sono d’ispirazione amorosa: l’amore è lontano e irragiungibile, dà tormento e infelicità.
In altri sonetti troviamo il sentimento della solitudine, che Alfieri sentiva come una condanna, ma, al tempo stesso, come segno della propria superiorità morale e intellettuale.
In altri ancora troviamo la polemica contro un’epoca vile e meschina; il disprezzo dell’uomo che si sente superiore a quella mediocrità, che egli avverte come vittoriosa e dominante nel mondo; l’amore fremente per la libertà; il protendersi verso un passato idealizzato.

La morte diviene allora un’immagine ricorrente, tetra e ossessiva, e appare sia come unica possibilità di liberazione sia come ultima prova dinanzi a cui si deve dimostrare la saldezza magnanima dell’io. Questa disposizione d’animo cupa e angosciata ama paesaggi aspri, selvaggi, tempestosi e orridi. E questo sentire il paesaggio come proiezione dell’animo è un motivo già tipico del Romanticismo.

Si è soliti parlare di petrarchismo alfierano, e in realtà sono continue ne Le Rime di Vittorio Alfieri le suggestioni petrarchesche (ricorrono persino espressioni e moduli tipici del Canzoniere di Petrarca, profondamente rivissuto e assimilato). Di Francesco Petrarca è recuperata soprattutto la tendenza a un linguaggio e a uno stile tesi ed essenziali, mentre è tralasciata la ricerca di equilibrio e di armonia. Anche la presenza dell’immagine di un io lacerato da forze contrastanti accomuna le due esperienze, ma in Alfieri l’io si carica di una tensione eroica, di una fierezza e di uno sdegno tutt’altro che fedeli al modello petrarchesco.