liberismo e protezionismo a confronto
Adam Smith (1723-1790), il fondatore dell'economia politica

Il Liberismo è quella dottrina che:

  • affida al mercato – e solo al mercato – il compito di regolare l’attività economica;
  • si oppone all’intervento dello Stato nel mondo della produzione e del commercio;
  • sostiene il principio del libero scambio nei traffici fra Paese e Paese.

In quest’ultimo senso il Liberismo si oppone al Protezionismo. Il Protezionismo è quella pratica che tende a proteggere la produzione nazionale imponendo sui prodotti di importazione dazi doganali così elevati da scoraggiarne l’acquisto.

Al contrario del Protezionismo, il Liberismo è anche un’ideologia a sfondo ottimistico che ha il suo fondamento nelle teorie di Adam Smith (1723-1790), il fondatore dell’economia politica.

Secondo Adam Smith ogni uomo è il miglior giudice del proprio interesse; lasciato libero di seguire le proprie inclinazioni e di perseguire “egoisticamente” il proprio tornaconto, l’uomo finisce per fare il bene della comunità: esiste infatti un ordine naturale, grazie al quale gli impulsi egoistici si combinano armoniosamente generando la felicità collettiva; si tratta – sostiene Adam Smith – di una provvidenziale “mano invisibile“, che agisce in modo che l’individuo raggiunga scopi che non erano previsti nelle sue intenzioni.

È questa un’ideologia che vede nella libertà economica non solo il mezzo più sicuro per ottenere il maggior benessere possibile per l’intera collettività (attraverso il perseguimento del benessere privato da parte dei singoli soggetti), ma anche il complemento indispensabile della libertà politica.

Il momento di maggior fortuna del Liberismo si può collocare attorno alla metà dell’Ottocento. In questo periodo il Liberismo fu – non solo in Inghilterra – l’ideologia delle correnti progressiste, che vedevano in esso anche un mezzo per sconfiggere i privilegi dell’aristocrazia terriera e finì quasi con l’identificarsi col liberalismo politico.

Successivamente, sul finire dell’Ottocento, le fortune del Liberismo andarono declinando in tutti i Paesi (salvo che in Gran Bretagna). Negli ultimi decenni del secolo, infatti, si assisté ovunque all’imposizione di elevati dazi protezionistici e, più in generale, a un intervento crescente dei poteri pubblici nelle vicende economiche (sotto forma sia di leggi sociali sia di provvedimenti a favore di singoli comparti produttivi).

Nel corso del Novecento, l’intervento statale si è andato continuamente sviluppando, anche all’interno dei sistemi economici fondati sulla proprietà privata e sulla libera impresa. Soprattutto negli anni della “grande depressione” seguita alla crisi del ’29, l’era del laissez-faire (la parola d’ordine dei liberisti) sembrò definitivamente conclusa.

Nel secondo dopoguerra il Liberismo ha conosciuto una fase di rilancio, grazie anche alle opere di economisti come Friedrich Hayek e Milton Friedman. Alle loro teorie si sono in parte ispirate le politiche neoliberiste affermate verso la fine degli anni Settanta del Novecento come reazione alla crisi dello “Stato sociale“.

Il Neoliberismo critica lo Stato sociale perché:

  • crea una burocrazia statale costosa e inefficiente;
  • dà origine a un sistema che provoca sprechi;
  • induce i cittadini più deboli a vivere di sussidi e di agevolazioni anziché impegnarsi nel lavoro e nel risparmio.