Pirandello e il fascismo

Pirandello e il fascismo: l’adesione al partito fascista di Luigi Pirandello

Luigi Pirandello si iscrive al fascismo nel 1924, subito dopo il delitto Matteotti, attraverso una lettera aperta a Mussolini. Nel 1925 è tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti, redatto da Giovanni Gentile.

L’adesione di Pirandello al fascismo ha però caratteri ambigui e difficilmente definibili. Infatti, da un lato, il suo conservatorismo politico e sociale lo spinge a vedere nel fascismo una garanzia di ordine e l’educazione patriottica lo induce a riconoscersi in un regime di tipo nazionalistico; dall’altro, l’appoggio di Mussolini gli consente di avere i finanziamenti per creare e dirigere la compagnia del Teatro d’Arte di Roma (si tratta di un’esperienza durata tre anni, 1925-28, nei quali Pirandello fa anche una lunga tournée in vari Paesi europei), e nel 1929 accetta la nomina all’Accademia d’Italia.

Nel 1935, in nome dei suoi ideali patriottici, partecipa alla raccolta dell'”oro per la patria“, donando la medaglia del Premio Nobel ricevuta l’anno prima.

Ben presto però, pur evitando ogni forma di rottura o anche solo di dissenso, si rende conto, col suo acuto senso critico, del carattere di vuota esteriorità del regime, della retorica pomposa dei suoi riti ufficiali.

Del resto nelle sue opere non si scorge alcun elemento che possa far pensare a una sua effettiva adesione all’ideologia fascista e lo stesso regime non ha apprezzato mai in particolare Luigi Pirandello, censurando ad esempio “La favola del figlio cambiato“, per alcune scene ritenute non consone, impedendone le repliche e imponendo a Pirandello stesso la regia de La figlia di Jorio di D’Annunzio.