La storia della colonna infame

La Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni appare come appendice a I Promessi Sposi nell’edizione del 1840.

Storia della colonna infame: il contenuto dell’opera

A Milano nel 1630 infuria la peste. Guglielmo Piazza, commissario di sanità del rione di Porta Ticinese, viene denunciato alle autorità spagnole: un’abitante del quartiere, Caterina Trocazzani Rosa, lo accusa di spargere il contagio della peste, “ungendo” le mura della città.

Guglielmo Piazza viene arrestato e sottoposto a terribili torture. Sfinito, vinto dal dolore, rilascia una falsa confessione, in cui dichiara di aver ricevuto l’unguento pestifero dal suo barbiere, Giangiacomo Mora, un altro innocente.

A sua volta Mora, nel disperato tentativo di salvarsi, fa altri nomi, coinvolgendo moltre altre persone.

Il barbiere e il commissario di sanità, legati insieme sopra un carro tirato da buoi, vengono condotti dov’è la bottega del Mora e lungo la strada torturati con tenaglie roventi. Davanti alla casa del barbiere si taglia loro la mano destra; giunti sul luogo del supplizio sono arrotati (sottoposti al supplizio della ruota) e ancora vivi esposti al pubblico per sei ore e poi bruciati; le ceneri disperse nel fiume. La casa del Mora viene demolita. Al suo posto è eretta la colonna “infame”, ossia il monumento innalzato in ricordo dei fatti accaduti per celebrare la punizione dei colpevoli.

La colonna infame è stata poi demolita nel 1778, in pieno Illuminismo, mentre la lapide posta in origine presso la colonna infame, che reca la descrizione delle pene inflitte, è collocata presso il Castello Sforzesco, a Milano.

Storia della colonna infame: l’analisi

L’opera è volta a ricostruire il processo che nel 1630 mandò a morte cinque innocenti (mentre altri furono assolti solo perché di classe sociale più elevata). Si utilizzano e si riportano varie fonti storiche, compresa la memoria difensiva di uno degli avvocati. Tuttavia non mancano episodi che hanno un andamento narrativo e analisi psicologiche che rivelano la mano del romanziere.

Si sbaglierebbe, pertanto, ad attribuire l’opera esclusivamente all’ambito storiografico. Indubbiamente Manzoni pone al centro della propria ricerca il “vero storico”, ma a ben vedere a lui interessa soprattutto il “vero morale”. Non è l’accertamento dei fatti in quanto tale che gli preme, gli interessa l’accertamento delle colpe morali e delle responsabilità individuali, anzitutto quelle dei giudici e poi, da queste provocate, quelle degli stessi sventurati inquisiti, che diventano a loro volta colpevoli denunciando altri innocenti nella speranza di salvarsi.

La tesi di fondo della Storia della colonna infame nasce infatti in opposizione a quella sostenuta da Pietro Verri in Osservazioni sulla tortura (1768). Quest’ultimo aveva individuato nel sistema della tortura la responsabilità della condanna degli innocenti. Invece, secondo Manzoni, anche all’interno del sistema legale allora esistente, sarebbe stato possibile per i giudici emettere un giudizio di assoluzione.

Secondo Manzoni, i giudici erano colpevoli due volte: anzitutto, sul piano strettamente giuridico, perché avevano commesso una serie di scorrettezze procedurali, applicando la tortura quando, secondo le leggi allora vigenti, non avrebbero dovuto farlo e promettendo di nascosto a uno degli imputati l’impunità in caso di denuncia dei falsi correi; e poi, sul piano morale, perché si erano lasciati guidare non solo dalla ricerca della verità, ma dai pregiudizi dell’epoca, dal bisogno di trovare comunque un capro espiatorio e dalle pressioni del ceto politico dominante.

L’opera insomma non è strettamente storiografica o specialistica; è anche un pamphlet morale che poteva interessare un pubblico vasto come quello de I Promessi Sposi.