Resti di corpi recuperati dalle foibe
Resti di corpi recuperati dalle foibe

Le foibe, sotto il profilo naturalistico, sono fenditure, dall’apparenza spesso insignificanti, che si aprono sul fondo di una depressione del terreno.
La bocca della foiba può avere un’apertura in lunghezza che varia da pochi metri a una decina e più e si presenta quasi sempre occultata, in tutto o in parte, da una folta vegetazione spontanea che cresce in prossimità dell’orifizio. Sotto l’apertura si spalanca una voragine che, con un andamento per lo più irregolare e tortuoso, si perde in anfratti e cunicoli che raggiungono spesso profondità notevoli e possono toccare anche i 300 metri dal livello del suolo. Da Gaetano La Perna, Pola, Istria, Fiume, Mursia, Milano 1993

Foiba - eccidio delle foibe
Foiba

Il termine foibe è oggi comunemente associato alle profonde fosse naturali dell’altopiano del Carso in cui i partigiani iugoslavi e i comunisti triestini gettarono  vive un numero altamente imprecisato di persone condannandole a una morte orrenda, durante e subito dopo la seconda guerra mondiale.

Nel maggio del 1945, a guerra finita, Tito, il capo dei partigiani slavi, voleva impadronirsi dell’Istria, approfittando della stima di cui godeva presso gli Alleati per aver combattuto contro l’occupazione nazista. Piombò su Trieste e riuscì a occuparla per 43 giorni prima che gli Alleati lo costringessero a evacuarla. In queste terribili settimane si scatenò la vendetta dei “titini” sia per la politica di repressione sulle minoranze slave operata in Istria dal fascismo sia per i crimini commessi dalle truppe italo-tedesche negli anni della guerra: deportazioni e internamento di migliaia di iugoslavi nei lager, rappresaglie, fucilazioni, incendi di interi villaggi.
I “titini”, appoggiati da gruppi di comunisti locali, sterminarono una massa di gente accusata di complicità col fascismo e collaborazionismo con i Tedeschi. La polizia segreta iugoslava irrompeva nelle case sulla base di sospetti o semplici “spiate” anonime; seguivano l’arresto e la violenza, la confisca di preziosi, mobili, denaro, la devastazione delle abitazioni.

Che cosa accadde realmente in quel 1945 lo raccontarono dopo i pochi superstiti. Ecco una delle loro testimonianze.

Un chilometro di cammino e ci fermammo ai piedi di una collinetta dove, mediante un filo di ferro, ci fu appeso alle mani legate un sasso di almeno venti chilogrammi. Fummo sospinti verso l’orlo di una foiba, la cui gola si apriva paurosamente nera. Uno di noi, mezzo istupidito per le sevizie subite, si gettò urlando nel vuoto, di propria iniziativa. Un partigiano allora, in piedi col mitra puntato su di una roccia laterale, ci impose di seguirne l’esempio. Poiché non mi muovevo, mi sparò contro. Ma a questo punto accadde il prodigio: il proiettile, anziché colpirmi, spezzò il filo di ferro che teneva legata la pietra, cossiché quando mi gettai nella foiba, il sasso era rotolato lontano da me.
La cavità aveva una larghezza di circa 10 metri e una profondità di 15 fino alla superficie dell’acqua. Cadendo, non toccai fondo, e tornato a galla potei nascondermi sotto una roccia. Subito dopo vidi precipitare altri quattro compagni colpiti da raffiche di mitra e percepii le parole: «Un’altra volta li butteremo di qua, è più comodo», pronunciate da uno degli assassini.
Poco dopo fu gettata nella cavità una bomba che scoppiò sott’acqua schiacciandomi con la pressione dell’aria contro la roccia. Verso sera riuscii ad arrampicarmi per la parete scoscesa e guadagnare la campagna, dove rimasi per quattro giorni e quattro notti consecutive, celato in una buca.
Tornato nascostamente al mio paese, a Sissano, per tema di ricadere nelle grinfie dei miei persecutori, fuggii a Pola. E solo allora potei dire di essere veramente salvo. Testimonianza citata in Gianni Oliva, Foibe, Mondadori, Milano, 2002

Alla tragedia delle vittime delle foibe si aggiungeva intanto il dramma delle centinaia di migliaia di esuli istriani, giuliani e dàlmati, che fuggivano dalle loro terre di fronte all’avanzata delle truppe di Tito. Arrivati in Italia dopo aver perso tutto furono poi guardati con “fastidio” dallo Stato.

Oggi le foibe di Basovìzza e Monrupino sono monumento nazionale e gli esuli – “il popolo che non era mai esistito” – vengono commemorati con manifestazioni, convegni e rilascio di targhe commemorative. Nel dopoguerra invece prevalse la “ragion di Stato”: per impedire alla Iugoslavia di processare i fascisti italiani autori di crimini, i governi successivi al 1945 cessarono di accusare gli Iugoslavi e seppellirono tutto nel silenzio.

La legge 30 marzo 2004 n.92 ha istituito il Giorno del ricordo, una solennità civile nazionale italiana celebrata il 10 febbraio di ogni anno, in onore delle vittime dei massacri delle foibe e dell’esodo giuliano – dalmata.