Non recidere forbice quel volto – Montale

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Non recidere forbice quel volto, parafrasi e analisi

Non recidere forbice quel volto di Eugenio Montale: testo, parafrasi, commento e analisi del testo

La poesia Non recidere forbice quel volto fu scritta da Eugenio Montale nel novembre 1937. È la più famosa dei Mottetti, la sezione centrale della raccolta Le occasioni.

Testo

Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

Un freddo cala… Duro il colpo svetta.
E l’acacia ferita da sé crolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.

Non recidere forbice quel volto parafrasi

Non tagliare, non cancellare, forbice del tempo, quel volto, unico rimasto nella memoria che si svuota di ricordi che la affollavano, non trasformare il suo viso che mi ascoltava con affetto in una nebbia indistinta.

Sopraggiunge una sensazione di vuoto… Il colpo implacabile taglia la cima dell’acacia, che nella caduta trascina con sé nel fango [del mese] di novembre il guscio di una cicala.

Non recidere forbice quel volto commento e analisi del testo

Con un’intonazione di angosciosa preghiera, il poeta Eugenio Montale si rivolge alle forbici del tempo, pregandole di risparmiare il ricordo del volto della persona amata (è Clizia, ossia Irma Brandeis), l’unico che ancora resiste nella memoria che si sta svuotando.

Il poeta identifica il tempo, dalla violenza cieca e distruttrice, con le forbici (metafora). Il rivolgersi a una cosa, come se si trattasse di una persona (apostrofe), e l’uso della forma arcaica al singolare anziché al plurale («forbice» per forbici) conferiscono all’immagine un qualcosa di crudemente irremovibile ed eterno.

Se quel volto venisse reciso, al poeta accadrebbe ciò che avviene alla natura, quando al sopraggiungere dei primi freddi di novembre (è il mese che suggerisce l’idea della morte), un’implacabile colpo di scure taglia la cima dell’acacia, che nella caduta trascina con sé nel fango il guscio di una cicala ormai morta.

La cicala, per il suo canto effimero, è il simbolo dell’estate ormai trascorsa, l’emblema della felicità fugace. La cicala rappresenta, per la tecnica del correlativo oggettivo, il corrispettivo di ciò che diverrebbe l’amato volto, se la forbice del tempo la cancellasse.

La lirica si compone di due quartine di versi di differente lunghezza (endecasillabi e settenari), con rime e assonanze.

 

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