La coscienza di Zeno, riassunto

La coscienza di Zeno, di Italo Svevo: riassunto dei capitoli, analisi e commento

Italo Svevo inizia la stesura del romanzo La coscienza di Zeno nell’immediato primo dopoguerra. Pubblicato nel 1923, ottiene subito pareri favorevoli da intellettuali come James Joyce ed Eugenio Montale. Seguiranno molti riconoscimenti internazionali.

La coscienza di Zeno: riassunto

Zeno Cosini, protagonista e voce narrante del romanzo, è un benestante e maturo signore triestino, afflitto fin dalla giovinezza da molti malanni e disturbi nervosi. Per liberarsene si rivolge al dottor S. (sotto cui è adombrato Sigmund Freud), studioso delle recenti teorie psicoanalitiche. Questi gli consiglia di annotare in un diario ricordi, immagini e sogni al fine di risalire alle remote origini della propria nevrosi, che si manifesta in improvvisi dolori al fianco e in una fastidiosa zoppìa nei momenti di emozione e di disagio.

Zeno esegue il compito assegnato dal medico, ma dopo qualche tempo decide di interrompere la cura, perché ritiene di non averne più bisogno; ciò spinge il dottor S. a pubblicare per vendetta il diario del paziente, premettendo una nota scritta di suo pugno, in cui dichiara apertamente di volerlo danneggiare, smascherandone bugie e viltà.

Il romanzo si articola in sei capitoli.

Nel primo capitolo, intitolato “Il fumo”, Zeno racconta di aver iniziato a fumare accanitamente in giovanissima età e di aver maturato quasi altrettanto presto il proposito, mai tradotto in pratica, di smettere.

Il secondo capitolo del romanzo si intitola “La morte di mio padre”. In esso Zeno traccia un ritratto del padre, un agiato commerciante che rimprovera al figlio l’indecisione e l’incapacità negli affari. Per queste ragioni il vecchio Cosini, al momento di ritirarsi dall’attività, affida all’amministratore Olivi il compito di gestire le proprietà di famiglia al posto di Zeno, a quale spetterà solo una rendita. Con l’atteggiamento ambiguo che gli è caratteristico, Zeno rimprovera il padre di non aver fiducia in lui, ma al contempo è lieto di essere esentato da obblighi e attività concrete. Quando il padre si ammala gravemente, Zeno gli si riavvicina, ma le incomprensioni e i conflitti che hanno caratterizzato il loro rapporto non cessano e lo schiaffo dato al figlio, poco prima di morire, lascerà in Zeno un perenne disagio e un vago senso di colpa.

Il terzo capitolo si intitola “La storia del mio matrimonio”. Grazie all’amicizia con Giovanni Malfenti, un intraprendente uomo d’affari, Zeno è stato introdotto a casa di questi e ne conosce le quattro figlie, due delle quali, Ada e Augusta, in età da marito. Zeno, che ritiene sia giunto per lui il momento di sposarsi, corteggia con le sue solite ambiguità Ada, la bellissima sorella maggiore, che però lo rifiuta perché innamorata di Guido Speier. Umiliato da questo rifiuto, Zeno si dichiara nella stessa serata dapprima alla sorella Alberta, che è poco più di una scolaretta, e infine ad Augusta, la sorella brutta, che il protagonista non aveva mai preso in considerazione. Augusta, che si rivela dotata di spirito e buon senso, accetta l’offerta di matrimonio.

Il quarto capitoloLa moglie e l’amante” inizia con Zeno che registra, con stupore e ironia, la buona riuscita del suo matrimonio. Il mondo di sua moglie si regge su principi saldi e indiscutibili: si mangia a orari fissi, si indossano abiti di un certo tipo, per la salvezza dell’anima si va in chiesa e per quella del corpo si ci affida al governo e ai medici. Questi sani principi, fondamento della società borghese, appaiono assurdi al protagonista-narratore, che sperimenta su se stesso, quanto essi siano svuotati di significato e ridotti a semplici riti. Zeno, pertanto, si ritiene l’unico “sano” in un mondo di malati di conformismo, al quale però anche lui si conforma, assumendo il ruolo di capofamiglia, esattamente come il padre che aveva tanto odiato. Anche la vicenda del tradimento coniugale con la giovane Carla è caratterizzato da fraintendimenti e contorti processi psichici ed esso termina con l’abbandono di Zeno da parte della fanciulla.

Il quinto capitolo s’intitola “Storia di un’associazione commerciale”. L’associazione commerciale con il cognato Guido, per il quale Zeno nutre un inconfessabile odio, si conclude tragicamente con il dissesto economico di Guido e il suo suicidio, che doveva essere solo simulato e invece avviene realmente per il tardivo intervento del medico.

Il diario di Zeno si conclude con il sesto capitolo, “Psicanalisi”, che, a differenza degli altri, è datato dal maggio 1915 al marzo 1916. In queste pagine Zeno racconta di aver perso fiducia nel dottore e nella terapia psicanalitica. Abbandonata la cura, Zeno comincia a sentirsi guarito e si inserisce nel mondo concreto e attivo degli affari. Infatti, in seguito allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, inizia a gestire l’azienda di famiglia ricavandone soddisfazioni e lauti guadagni.

La coscienza di Zeno: analisi e commento

La coscienza di Zeno affronta, per la prima volta in Italia, il tema della psicanalisi, la scienza fondata alla fine del XIX secolo dal medico austriaco Sigmund Freud allo scopo di indagare le parti più nascoste e profonde della personalità umana.

La particolare struttura del romanzo lo rende straordinariamente innovativo nell’ambito della narrativa italiana dei primi anni del Novecento: il punto di vista è sempre quello del narratore interno (Zeno), che è anche il protagonista, presentato come inattendibile sin dall’inizio del romanzo; i ricordi fluiscono sulla base delle libere associazioni mentali di Zeno. Episodi della vita passata spesso si confondono con il presente, determinando il cosiddetto tempo misto; il racconto prende la forma di un lungo monologo interiore, ovvero un discorso che il narratore rivolge a se stesso.

Leggendo il diario, Zeno appare al lettore come un inetto, un uomo debole e indeciso, sempre alla ricerca di giustificazioni per i suoi fallimenti, i suoi imbrogli, le sue bugie. E’ un anti-eroe, attraverso il quale Svevo smaschera le contraddizioni interiori e la fragilità dell’uomo contemporaneo, senza però esprimere giudizi morali, bensì mantenendo un atteggiamento di ironica comprensione per la fragilità e le paure umane, determinate da una vita sempre più precaria, instabile e, in definitiva, ingovernabile dalla volontà individuale.

Celebre è la conclusione del romanzo, in cui Zeno dichiara che la sua “salute” coincide con la scoperta della “malattia” generale della società moderna, “inquinata alle radici”, per la quale l’unica possibilità di rinnovamento è una conflagrazione universale, dopo la quale potrà ricominciare una vita più sana e naturale.

La visione catastrofica con cui si conclude il romanzo è il significativo emblema del lucido pessimismo di Italo Svevo.