oracoli e profezia
I resti del tempio di Atena ( fine del V sec. a.C.) nel Sacro Recinto di Delfi, dove si trovava anche l'oracolo di Apollo, la Pizia.

Nulla di importante veniva intrapreso dai greci senza consultare gli oracoli.
Il termine oracolo era inteso sia come responso della volontà degli dèi, ma ancor di più stava a indicare il luogo sacro dove venivano formulati i responsi.

Gli oracoli si contavano a decine, per la maggior parte consacrati a Zeus e ad Apollo.

L’oracolo di Delfi era il più famoso centro oracolare della Grecia.

All’interno degli oracoli, la divinità si offriva alla consultazione dei mortali per mezzo dei sacerdoti che fungevano da intermediari e che venivano consultati tanto da singoli individui quanto da intere comunità.
Gli oracoli erano molto numerosi e non c’era regione del mondo greco che non ne avesse almeno uno.
I santuari più prestigiosi erano meta di continui pellegrinaggi e ricevevano cospicue offerte in cambio delle loro preziose prestazioni.

È storicamente attestato che, a partire dal VII secolo a.C., gli stati che volevano intraprendere una guerra o fondare una colonia, ma anche singoli cittadini per le loro faccende private, consultavano l’oracolo. E se prima una sola Pizia profetizzava una volta all’anno, le consultazioni divennero poi mensili e il fatto che esse aumentassero tanto di numero richiese la contemporanea attività di ben tre sacerdotesse.

Il responso veniva formulato con espressioni ambigue, che si prestavano a diverse interpretazioni. Il dio – dicevano i greci – non rivelava il futuro ma nemmeno lo nascondeva: lo esprimeva in un messaggio misterioso che l’uomo doveva essere capace di interpretare.
Se un’azione successiva alla consultazione di un oracolo falliva, questo voleva dire che il responso non era stato compreso o era stato male interpretato. L’oscurità del responso tutelava l’infallibilità del dio e dei suoi interpreti.

Gli oracoli conobbero un’inarrestabile declino a partire dal IV secolo a.C., quando le città greche cessarono di avere una vita politica così articolata da richiedere arbitrati divini, o comunque si fece più viva la concorrenza di divinità straniere.