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Lettere persiane di Montesquieu: riassunto e analisi

Lettere persiane è un romanzo epistolare, e insieme satira di costume e pamphlet politico, pubblicato nel 1721 ad Amsterdam dall’illuminista Montesquieu (1689-1755) in forma anonima. Montesquieu, infatti, finge di pubblicare le lettere di due persiani e della cerchia dei loro conoscenti, seguendo una moda del tempo, per cui gli autori si fanno passare per semplici editori di manoscritti variamente trovati. La finzione letteraria serve a Montesquieu per prendere le distanze dal proprio ambiente, osservarlo da fuori con lo sguardo dello straniero e permettergli di offrire un efficace quadro critico della società francese del Settecento dominata dall’assolutismo monarchico, dalle ingiustizie sociali e dall’intolleranza religiosa.

Lettere persiane di Montesquieu – riassunto

In questo romanzo epistolare, Montesquieu dà corpo a un’immaginaria corrispondenza che due persiani, il saggio e coraggioso Usbek e il giovane amico Rica, venuti in Francia tra il 1712 e il 1720, scambiano con i loro compatrioti rimasti in Persia (attuale Iran). Alle lettere che i viaggiatori si scambiano si intrecciano quelle che Usbek scambia con le mogli rimaste in patria e con gli eunuchi che le custodiscono.

Dopo il primo stupore di fronte alla civiltà europea, i due viaggiatori cominciano ad analizzare, con vivacità di spirito unita a una piacevole ironia, i costumi, in particolare quelli francesi, comparandoli con quelli della loro patria: la superficialità dei “begli spiriti” (cioè i finti intellettuali) che passano il loro tempo nei caffé di Parigi, che si credono dei grandi geni, ma sprecano il loro tempo in discussioni inutili; la vanità dei cortigiani che vivono in una continua e frenetica agitazione, correndo da un luogo all’altro, alimentata da un profondo bisogno di apparire importanti; la civetteria delle donne, che, anche quando sono vecchie, credono di poter ancora sfruttare il loro fascino; l’ignoranza dei magistrati.

La loro satira non risparmia nemmeno le istituzioni: l’Académie française, la giustizia, il sistema finanziario, il re e il papa. A mano a mano che la loro riflessione si approfondisce, discutono anche problemi più generali: divorzio, schiavitù, demografia, forme di governo. Ma queste lettere propongono anche un intreccio riguardante le sorti del serraglio lasciato da Usbek in Persia. Durante la sua assenza, infatti, le donne, lasciate alla custodia di un eunuco, si ribellano e gli ordini, sempre più rigorosi, mandati da Usbek non fanno che irritarle maggiormente. La favorita Roxane, che sembrava rimasta fedele al padrone assente, diventa l’animatrice del complotto. L’ultima lettera dell’opera è proprio quella di Roxane, che confessa di aver ingannato il suo sposo sin da quando è partito e sceglie di suicidarsi per rivendicare la sua libertà di persona di pari dignità e di autodeterminazione.

Lettere persiane di Montesquieu – analisi

Alla loro pubblicazione, Lettere persiane riscossero subito un grande successo, soprattutto grazie alla loro forma originale e alla libertà di pensiero che esse esprimono. La finzione dei viaggiatori persiani che visitano l’Europa è un intelligente stratagemma per spiazzare il lettore occidentale, obbligato a osservare il proprio mondo con gli occhi e i pensieri di uno straniero che si stupisce, s’interroga, non capisce, apprezza o rifiuta quello che di giorno in giorno incontra sul suo cammino.

Nulla di ciò che viene descritto è scontato, tutto appare nuovo, “diverso”, e quindi soggetto a confronto, analisi e critica. È un modo per affermare che non ci sono valori o credenze giuste o assolute, ma che tutto è relativo alla cultura e alla storia dei popoli. La pluralità dei personaggi che scrivono permette poi l’intrecciarsi di un dialogo a più voci, in cui le opinioni si confrontano e si misurano senza dogmatismi.

La rilettura della società francese compiuta dall’opera è ambivalente. Da una parte, dopo le prime lettere, in cui più forte è il senso di spaesamento e di stupore, i due viaggiatori a poco a poco si “occidentalizzano” e cominciano a capire e apprezzare gli aspetti migliori del mondo che li ospita. Montesquieu celebra così attraverso di loro l’Occidente come luogo della cultura, della scienza e della tecnica, della libertà e della ragione, della dignità umana e del diritto. Nello stesso tempo, tuttavia, attraverso lo sguardo ora ironico, ora grave e risentito dei due persiani, l’autore ne critica duramente gli aspetti negativi. Prima di tutto, il dispotismo dei monarchi francesi, pieni di superstizioni e attorniati da cortigiani corrotti, il cui potere non è bilanciato da un Parlamento libero e attivo come invece avviene in Inghilterra. In secondo luogo, il fanatismo, l’ipocrisia e la corruzione degli uomini di Chiesa, che danno un’immagine indegna della loro stessa religione. Infine, la crisi morale dei cittadini, che vivono come su un palcoscenico, in modo frivolo e superficiale, badando solo alle apparenze e cercando continuamente di ingannare gli altri.

Anche i due persiani però non sfuggono allo sguardo impietoso di Montesquieu. Il libro si conclude infatti con una significativa contraddizione: il suicidio di Roxane e la rovina dell’harem gettano un’oscura ombra di pessimismo sulla figura di Usbek, che ha saputo aprire la sua mente a una cultura diversa, imparando l’arte del dialogo e del confronto. Nonostante sia stato arricchito e trasformato dai viaggi, nella sua vita privata Usbek è rimasto un despota inflessibile, circondato di schiavi e di mogli sottomesse e rinchiuse. In questo modo forse Montesquieu vuole esprimere tutti i suoi dubbi sulla capacità dell’uomo di progredire veramente nel cammino verso la civiltà: finché la libertà di ogni essere umano, nella vita pubblica e in quella privata, non verrà pienamente rispettata e promossa, non ci sarà mai una società giusta, dove le persone potranno vivere felicemente, un cammino, che, come Montesquieu aveva ben immaginato, ancora oggi è ben lontano dall’essere concluso.

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