Quinto Ennio
Maschera teatrale, dettaglio di un affresco di Pompei, Museo Archeologico di Napoli

Vita e opere di Quinto Ennio, il più grande poeta epico della letteratura latina prima di Virgilio.

Le tre anime: osca, greca e latina

Quinto Ennio nacque nel 239 a.C. a Rudiae, nei pressi di Lecce (i Romani avevano acquistato il Salento nel 266 a.C.).

La sua formazione poté giovarsi degli apporti di culture differenti. Egli infatti si vantava di avere tria corda, cioè tre anime, e di parlare tre lingue: l’osco della sua terra di origine, il greco degli antichi colonizzatori e il latino dei nuovi dominatori.

L’arrivo a Roma

Si hanno poche notizie della sua vita; nel 204 a.C., durante la seconda guerra punica, si trovava in Sardegna, dove prestava servizio militare; qui conobbe Catone il Censore, che lo condusse con sé a Roma.

L’ingresso nel circolo degli Scipioni

A Roma Quinto Ennio frequentò gli esponenti delle più importanti famiglie romane, ricambiando la loro amicizia con la composizione di opere che celebravano i suoi protettori. Scrisse infatti Scipio, un poemetto dedicato a Scipione l’Africano, e l’Ambracia, una praetexta, dedicata alla conquista di Ambracia nel 189 a.C. a opera di Marco Fulvio Nobiliore.

La cittadinanza romana e la morte

Nel 184 a.C. seguì nel Piceno Quinto Fulvio Nobiliore, figlio del vincitore di Ambracia, là recatosi per fondare alcune colonie militari. Ottenne un piccolo podere e la cittadinanza romana. Quinto Ennio ne fu molto soddisfatto, così come appare da un verso degli Annales: «Nos sumus Romani, qui fuimus ante Rudini», «Noi che una volta siamo stati di Rudiae siamo adesso cittadini di Roma».

Quinto Ennio morì a Roma nel 169 a.C. durante lo svolgimento dei ludi Apollinares, che comprendevano anche la rappresentazione di una sua tragedia, il Thyestes.

Venne onorato con una statua collocata nella tomba di famiglia degli Scipioni, fuori Porta Capena.

Gli Annales

L’opera che diede fama a Quinto Ennio e che fanno di lui il padre della letteratura latina, sono gli Annales, un poema epico che in diciotto libri raccontava la storia di Roma.

Di quest’opera immensa restano solo 650 versi circa: sono pochi, ma consentono di rilevare la grandezza di un poeta che utilizzò per la prima volta l’esametro e dovette superare enormi problemi tecnici.

Quinto Ennio è interessato soprattutto alla gloria di Roma e al valore degli uomini che la resero grande: famosissimo è il verso «moribus antiquis res stat Romana virisque», «la comunità romana si regge sugli antichi costumi e sui suoi uomini». È l’esaltazione del mos maiorum che Ennio presenta come vera e propria istituzione morale cui il popolo romano e le generazioni future dovevano guardare come a punti di riferimento sicuri. Per un approfondimento leggi Gli Annales di Quinto Ennio: struttura, fonti, stile.

Le opere teatrali di Quinto Ennio

Quinto Ennio fu autore di numerose tragedie: conosciamo i titoli di due praetextae, la già citata Ambracia e Sabinae, dedicata all’episodio del ratto delle Sabine, e di altre venti opere, molte delle quali prendevano spunto dal ciclo troiano; dei tragici greci era imitato soprattutto Euripide. Sono noti anche i titoli di due commedie: Pancratiastes (Il lottatore di pancrazio) e Caupuncula (L’ostessa).

Le opere minori

A Quinto Ennio sono attribuite numerose opere minori: quattro libri di Saturae (satire); epigrammi; scritti di carattere filosofico come il Protrepticus, l’Epicharmus e l’Euhemerus; un poemetto in esametri di curiosità gastronomiche, l’Hedyphagetica; e un’opera in versi, il Sota, di cui sono giunti solo pochissimi frammenti.

Cicerone amava molto Quinto Ennio, lo considerava un maestro insigne di una poesia piena di spiriti civili e lo contrapponeva polemicamente ai poetae novi. Celebre il giudizio di Quintiliano (Institutio oratoria, X, 1-88), dal quale si capisce con quanta venerazione gli antichi Romani parlavano del padre della poesia latina, pur nel riconoscimento dei limiti delle sue opere: «Noi portiamo a Ennio la stessa venerazione che si deve ai boschi sacri per la loro antichità, nei quali le querce possenti e vetuste hanno non tanta bellezza quanta religiosità».