Quinto Ennio
Maschera teatrale, dettaglio di un affresco di Pompei, Museo Archeologico di Napoli

Quinto Ennio, il più grande poeta epico della letteratura latina prima di Virgilio, nacque nel 239 a.C. a Rudiae, nei pressi di Lecce, in un territorio messapico entrato nei domini romani da pochi decenni (i Romani avevano acquistato il Salento nel 266 a.C.).

La formazione di Quinto Ennio poté giovarsi degli apporti di culture differenti; in un passo delle Noctes Atticae di Aulo Gellio (XVII, 17, 1) si legge che Quinto Ennio si vantava di avere tria corda, tre anime, e di parlare tre lingue: l’osco della sua terra di origine, il greco degli antichi colonizzatori e il latino dei nuovi dominatori.

Si hanno poche notizie della sua vita; nel 204 a.C., durante la seconda guerra punica, si trovava in Sardegna, dove prestava servizio militare; qui lo conobbe Catone (Catone il Censore), che apprezzò molto le sue doti e lo condusse con sé a Roma.

A Roma Quinto Ennio frequentò gli esponenti delle più importanti famiglie romane, ricambiando la loro amicizia con la composizione di opere che celebravano i suoi protettori: scrisse infatti Scipio, un poemetto dedicato a Scipione l’Africano, e l’Ambracia, una praetexta (così chiamata dalla toga praetexta che indossavano i magistrati romani. Con essa si indicava la tragedia ispirata alla storia di Roma) – pervenuta – dedicata alla conquista di Ambracia che avvenne nel 189 a.C. a opera di Marco Fulvio Nobiliore. Qualche anno dopo Quinto Fulvio Nobiliore, figlio del vincitore di Ambracia, concesse la cittadinanza romana a Quinto Ennio, con grande soddisfazione del poeta, come appare da un verso degli Annales: «Nos sumus Romani, qui fuimus ante Rudini», «Noi che una volta siamo stati di Rudiae siamo adesso cittadini di Roma».

Quinto Ennio fu autore di numerose tragedie: conosciamo i titoli di due praetextae, la già citata Ambracia e Sabinae, dedicata all’episodio del ratto delle Sabine, e di altre venti opere, molte delle quali prendevano spunto dal ciclo troiano; dei tragici greci era imitato soprattutto Euripide. Sono noti anche i titoli di due commedie: Pancratiastes (Il lottatore di pancrazio) e Caupuncula (L’ostessa).

La vastità degli interessi culturali di Quinto Ennio è dimostrata dalle numerose opere minori che a lui sono attribuite: quattro libri di Saturae (satire), epigrammi, scritti di carattere filosofico come il Protrepticus, l’Epicharmus e l’Euhemerus, un poemetto in esametri di curiosità gastronomiche, l’Hedyphagetica, e un’opera in versi, il Sota, di cui sono giunti solo pochissimi frammenti.

L’opera che diede fama a Quinto Ennio e che fanno di lui il padre della letteratura latina, furono gli Annales, un poema epico che in diciotto libri raccontava la storia di Roma. Di quest’opera immensa restano solo 650 versi circa: sono pochi, ma consentono di rilevare la grandezza di un poeta che utilizzò per la prima volta l’esametro e dovette superare enormi problemi tecnici. Quinto Ennio è interessato soprattutto alla gloria di Roma e al valore degli uomini che la resero grande: famosissimo è il verso «moribus antiquis res stat Romana virisque», «la comunità romana si regge sugli antichi costumi e sui suoi uomini». È l’esaltazione del mos maiorum che Ennio presenta come vera e propria istituzione morale cui il popolo romano e le generazioni future dovevano guardare come a punti di riferimento sicuri.

Cicerone amava molto Quinto Ennio, lo considerava un maestro insigne di una poesia piena di spiriti civili e lo contrapponeva polemicamente ai poetae novi. Celebre il giudizio di Quintiliano (Institutio oratoria, X, 1-88), dal quale si capisce con quanta venerazione gli antichi Romani parlavano del padre della poesia latina, pur nel riconoscimento dei limiti delle sue opere: «Noi portiamo a Ennio la stessa venerazione che si deve ai boschi sacri per la loro antichità, nei quali le querce possenti e vetuste hanno non tanta bellezza quanta religiosità».

Quinto Ennio morì nel 169 a.C. durante lo svolgimento dei ludi Apollinares, che comprendevano anche la rappresentazione di una sua tragedia, il Thyestes.