Quintiliano, l'arte di educare
Un maestro con gli allievi (bassorilievo del II secolo d.C.)

La vitaMarco Fabio Quintiliano (Calagurris, odierna Calahorra, Spagna 35 circa – Roma 96 d.C.). Suo padre lo condusse giovanissimo a Roma perché frequentasse le migliori scuole di retorica.
Divenne egli stesso maestro di retorica e nel 78 d.C., data la sua fama di docente, ottenne dall’imperatore Vespasiano la cattedra statale di eloquenza con una retribuzione annua di ben 100 000 sesterzi, il che fece di Quintiliano il primo insegnante stipendiato a spese dello Stato. Durante il suo insegnamento, che continuò anche sotto Tito e Domiziano, ebbe modo di farsi apprezzare non solo per l’ampia cultura, ma anche per il metodo didattico e soprattutto per la serietà e il tono paterno con cui trattava i giovani. Troviamo espressioni di stima nei suoi confronti in due dei suoi discepoli, Plinio il Giovane e Marziale.

Dopo vent’anni di insegnamento, si ritirò da questa attività e si dedicò a scrivere una serie di trattati, il più importante dei quali è l’Institutio oratoria (L’educazione dell’oratore).

Se la sua vita pubblica fu contraddistinta dalla fama e dal successo, la sua sfera privata fu alquanto sfortunata: mentre era ancora in vita, vide morire la giovane moglie e i suoi due figli, di cinque e nove anni.
Quintiliano morì intorno al 96 d.C., l’anno stesso della morte di Domiziano.

L’Institutio oratoria, commento

L’opera, comprendente 12 libri, è dedicata a Vittorio Marcello, un celebre avvocato del tempo, perché egli potesse servirsene nell’educazione di suo figlio Geta, ed è preceduta da una lettera all’editore Trifone, nella quale Quintiliano lo informa che la stesura dell’opera ha richiesto circa due anni e che la maggior parte del tempo è stata impiegata in attività di ricerca e nella lettura degli autori, fra cui Platone, Aristotele, Isocrate, Apollodoro, Teodoro, per i Greci, Varrone e Cicerone per i Latini.

I principi enunciati da Quintiliano nell’Institutio oratoria si riferiscono alla formazione dell’oratore, ma sono estensibili alla formazione dei ragazzi in genere e perciò acquistano una chiara connotazione pedagogica e hanno ancora una certa validità.

Quintiliano, partendo dalla concezione del fanciullo come “tabula rasa” pronta a recepire ed assimilare tutto ciò che le deriva dal mondo circostante, mette in evidenza il ruolo che possono esercitare sia la famiglia che l’ambiente sulla formazione e crescita della personalità del bambino. Forte di questa convinzione, passa in rassegna tutti i soggetti coinvolti nell’educazione. Tratta innanzitutto del ruolo dei genitori, i quali devono dedicare il maggior tempo possibile all’educazione dei figli, provvedendo a circondarli di persone moralmente sane e professionalmente valide. Per questo devono stare attenti a scegliere la nutrice, che deve essere seria e onesta ma anche saper usare un linguaggio senza difetti. Inoltre i genitori devono preoccuparsi della frequentazione dei loro ragazzi, impedendo che essi entrino in contatto con altri ragazzi, servi o liberi, di dubbia moralità. Ancora più attenzione devono riservare alla scelta del pedagogo, la cui presunzione può produrre danni irreparabili nella mente e nell’animo dei discepoli.

Interessante è anche il concetto di educazione permanente: Quintiliano ritiene che l’educazione del fanciullo possa cominciare ben prima dei sette anni, perché il desiderio di apprendere è innato nell’uomo per disposizione naturale e dura anche oltre la vita scolastica. È vero che gli ingegni sono diversi, ma tutti possono trarre profitto dall’insegnamento. Se qualcuno non vi riesce, la colpa è di un’educazione non appropriata o dello scarso impegno dell’insegnante.

Per la prima volta, poi, viene affrontato il problema se sia preferibile che l’allievo usufruisca di un insegnamento collettivo o di un insegnamento individuale: Quintiliano è personalmente favorevole al primo. Egli afferma che per un ragazzo andare a scuola è meglio che essere educato a casa da un precettore privato. A scuola, infatti, l’allievo ha occasione di stare a contatto con altri studenti, sviluppando capacità realazionali e comunicative; inoltre può misurare i propri limiti, istaurare amicizie durature e imparare non solo dai propri errori, ma anche da quelli dei compagni.
Ma la modernità della pedagogia di Quintiliano emerge soprattutto:
– quando afferma la necessità per il maestro di studiare l’indole e le inclinazioni dell’allievo, e di adattare il suo insegnamento alle attitudini di ciascuno;
– quando, partendo dalla concezione dello studio non come fatica ma come amore, invita ad alternare lo studio con il riposo, con gli svaghi, con il gioco;
– quando vieta di ricorrere, come strumento educatico, alle punizioni corporali utilizzate allora (e nei secoli a venire), perché inutili e dannose: «Io non vorrei assolutamente che i bambini fossero picchiati, anzitutto perché ciò è sconveniente e utile solo con gli schiavi ed è anche offensivo: inoltre perché, se uno ha un indole tanto ignobile da non essere corretta con il rimprovero, costui si indurirà anche di fronte alle percosse, come tutti gli schiavi peggiori» (I, 3, 14).

E ancora: secondo Quintiliano, scopo finale dell’insegnamento dev’essere l’autonomia di giudizio dello studente: per questo si devono interrogare frequentemente i ragazzi, per verificarne la capacità di comprensione: «E il maestro non solo dovrà insegnare molte cose, ma dovrà interrogare spesso e verificare il senso critico degli allievi. In tal modo a coloro che ascolteranno verrà meno l’eccessiva sicurezza e le cose che verranno dette non entreranno in un orecchio per uscire dall’altro, e al  tempo stesso [gli allievi che ascolteranno] saranno condotti a ciò che si richiede da questo metodo, ossia scoprire [certe cose] e capire loro stessi. Infatti che cos’altro otteniamo insegnando loro, se non che essi non siano sempre da istruire?» (II, 5, 13).