Conversazione tra un anziano e un giovane in piedi davanti a una porta.

Per gli antichi greci, la retorica era l’arte di comunicare e persuadere attraverso la parola. E l’oratoria, cioè l’arte di parlare in pubblico, era un’abilità fondamentale nella democrazia ateniese, basata sulla discussione e sul confronto.

La retorica nacque nei tribunali, dove gli ateniesi trascorrevano molto tempo con funzione di giudici o di semplici spettatori. Poiché non esistevano avvocati, ciascuna parte in causa doveva pronunciare la propria accusa o difesa. Se i cittadini non erano in grado di organizzare da sé il proprio discorso, ricorrevano ai professionisti, i cosiddetti logografi, che scrivevano le arringhe per i clienti.

Ben presto, accanto all’oratoria giudiziaria, si sviluppò quella politica, legata ai dibattiti nelle assemblee. I grandi statisti ateniesi del V secolo a.C., come Pericle, Cleone, Alcibiade e altri, furono tutti anche grandi oratori.

A partire dalla metà del V secolo a.C., l’arte del dire diventò oggetto di riflessione e di studio, per individuare tecniche di persuasione sempre più efficaci.

Platone, grande filosofo del IV sec. a.C., definiva la retorica Kolakéia, cioè “menzogna”, “inganno” (dalla parola kolax, “parassita”). Per Platone, insomma, gli oratori erano dei parassiti che ingannavano il popolo con i loro discorsi roboanti.

Del tutto opposta l’opinione di un grande oratore contemporaneo di Platone, Isocrate: per lui, il valente oratore era anche un sapiente, perché per essere davvero convincenti su un argomento bisogna conoscerlo a fondo.

Tutto sommato oggi, nella nostra civiltà della comunicazione, le cose non sono molto cambiate: quella di sapere parlare in pubblico è una capacità importantissima. Ma il problema resta saper capire se quello che ci viene detto è vero e ragionevole oppure no.