oratoria
Polimnia, Musa dell'eloquenza

Si definisce oratoria l’arte di scrivere e pronunciare un discorso. E differisce dalla retorica, insegnamento dell’oratoria.

I primi manuali di retorica risalgono al V secolo a.C, quando in Sicilia i siracusani Corace e Tisia composero un manuale che fosse d’aiuto a coloro che, dopo la caduta del tiranno Trasibulo nel 466 a.C, avevano bisogno di riottenere i propri beni sequestrati.

I manuali contengono indicazioni circa le regole e gli elementi indispensabili a un’orazione: la fluidità del periodare, la corretta sintassi, la capacità di individuare argomenti persuasivi, la disposizione efficace di essi, i nessi logici, il tono di voce e altri accorgimenti di varia natura. Gli stessi che erano oggetto di insegnamento nelle scuole che poi sorsero in Attica, quando la retorica divenne una vera e propria scienza, al di là del carattere estemporaneo delle origini.

L’origine dell’oratoria affonda le sue radici, però, in tempi molto più antichi: già i poemi omerici contengono numerosi esempi di oratoria se solo si pensa ai vari discorsi pronunciati dagli eroi. Non a caso lo stesso Omero veniva indicato in alcuni casi come il padre dell’oratoria. Nell’Iliade, si sottolinea come il popolo accorresse pronto e intervenisse con passione in una disputa nata davanti al tribunale di anziani per banali motivi di interesse. Nell’Odissea, l’eloquenza è definita come un dono di Dio e chi ha avuto la fortuna di riceverlo può ritenersi soddisfatto senza aver bisogno di altre qualità.

La civiltà greca ha sempre prestato grande attenzione alla parola e all’eloquenza: il termine lògos indica tanto il pensiero quanto la parola. La parola era considerata presso i greci un’arma. Gli uomini che eccellevano nell’oratoria erano particolarmente elogiati; soprattutto in età avanzata la bravura nell’eloquenza era motivo d’orgoglio e un modo di dimostrare le proprie virtù quando metterle in mostra sui campi di battaglia era, ormai, difficile ed era, la loro, un’abilità impreziosita dall’esperienza, che ai giovani mancava. Ai giovani veniva raccomandato lo studio dell’arte dell’oratoria accanto all’esercizio pratico delle virtù pratiche.

Si individuano due momenti dell’oratoria: la prima stagione, che risale al V secolo a.C., e la seconda stagione, che risale al IV secolo a.C. Ed è proprio nel V secolo a.C. che l’oratoria nasce come genere letterario vero e proprio. Gli Alessandrini – secondo altri il retore di età augustea Cecilio di Calacte – stilarono una classifica dei dieci migliori oratori attici: Antifonte, Andocide, Lisia, Isocrate, Demostene, Iseo, Licurgo, Eschine, Iperide, Dinarco.
Le notizie biografiche circa la loro persona derivano da Gli oratori attici del retore Dioniso d’Alicarnasso, da Vita dei dieci oratori attici di un anonimo scrittore, indicato come Pseudo-Plutarco e alcune Vite di ignoti copisti. Dei discorsi dei politici non ci è giunto nulla se non le trascrizioni degli storici, come nel caso di Pericle, i cui discorsi sono stati immortalati dall’opera di Tucidide.

Per quanto riguarda, poi, i generi dell’oratoria esiste l’oratoria giuridica, politica ed epidittica. Mentre le prime due sono legate ad un’occasione e a un ambiente preciso – il tribunale, l’assemblea – l’oratoria epidittica è detta di lode e di biasimo: ricorreva, infatti, in occasione della commerazione di caduti, di funerali, al fine di celebrare il defunto – l’orazione epidittica sostituiva in tal modo l’antico canto funebre – apriva feste e giochi. Erano occasioni importanti in cui mettersi in mostra, fare sfoggio delle proprie capacità e acquisire rilievo: in molti casi gli spettatori giungevano più per il discorso dell’oratore, che sarebbe dovuto essere argomento di discussione nei giorni a seguire, che per la festa o il gioco in sé.
Il discorso di Pericle sui caduti del primo anno di guerra contro Sparta è il miglior esempio di orazione politica ed epidittica a un tempo.

In riferimento all’oratoria giuridica, occorre citare la figura dei logografi.
Il termine logografo verso la fine del VI secolo a.C. indicava lo scrittore in prosa, era poi caduto in disuso con l’avvento della storiografia, assumendo una connotazione negativa con Tucidide.
Passò, poi, a designare individui che scrivevano orazioni di carattere giuridico dietro compenso. Presso i Greci era, infatti, previsto che fossero gli stessi imputati a difendersi, ma non tutti avevano le conoscenze giuridiche necessarie. Le orazioni costavano al punto che spesso venivano rivendute ancora e ancora, tanto che risulta difficile oggi riconoscerne gli autori. Si deve tener conto che si trattava di stranieri la cui attività di logografo non era ben vista, motivo per cui nella maggior parte dei casi non si preoccupavano di difendere la paternità dei loro scritti.

Il discorso prevedeva cinque parti: l’esordio, che introduceva l’imputato e il motivo per cui era chiamato in tribunale e in cui cercava di ottenere la benevolenza dei giudici; il tema del fatto, la narrazione degli eventi, che poteva contenere la digressione; la dimostrazione e la peroratio che concludeva l’orazione rivolta ai giudici.

Si individuano, infine, tre stili: uno elevato, uno medio e uno tenue. Per quanto riguarda lo stile elevato, il maggior esempio è Gorgia, a cui si ricollegano le gorgiane, figure stilistiche, e che prediligeva effetti armonici e ritmici; lo stile medio punta al coinvolgimento del pubblico, da qui l’esuberanza espressiva che lo caratterizza; lo stile tenue fugge l’ampollosità, l’enfasi a favore di sobrietà ed eleganza sul piano lessicale senza concedere nulla al gusto del pubblico: esempio è l’oratoria di Lisia.