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Tacito: la vita

Tacito (55-120 d.C): è stato uno storico (considerato tra i più importanti dell’antichità), oratore e senatore romano.

Della vita di Tacito si sa ben poco, sia perché lo storico raramente parla di sé nella sua opera sia perché le fonti forniscono solo pochi accenni e per di più confusi.

Da alcuni cenni sporadici sparsi nella sua opera e dalle notizie che fornisce Plinio il Giovane nelle undici lettere inviate allo storico, si viene a sapere che Tacito trascorse la sua giovinezza a Roma, studiò eloquenza sotto la guida di insigni maestri del tempo, tra i quali forse lo stesso Quintiliano.

Nel 78 d.C., Tacito sposò la figlia tredicenne di Gneo Giulio Agricola e percorse durante l’impero dei Flavi, forse con l’appoggio del suocero, la prima parte del cursus honorum.

La convinzione che all’improvvisa morte di Agricola (93 d.C.) non fosse estraneo lo stesso Domiziano e l’avversione verso il suo governo dispotico indussero Tacito a ritirarsi a vita privata, ma l’ascesa al trono di Nerva prima e poi di Traiano lo riportò all’attività politica e forense.

Tacito: le opere

Tacito è uno degli autori fortunati della letteratura latina, nel senso che tutte le sue opere, che la tradizione gli assegna, sono pervenute fino a noi, sia pure in forma non integra. Si tratta di due monografie, Agricola e Germania, un dialogo (anche se non tutti sono d’accordo sulla sua autenticità), Dialogus de oratoribus, e due opere storiche, le Historiae e gli Annales.

Le due monografie:

  • Il primo scritto di Tacito, Agricola, fu composto intorno al 98 d.C., subito dopo la morte di Domiziano. Si compone di 46 capitoli e traccia un profilo delle virtù morali, militari e politiche di Agricola, suocero dello scrittore. Lo ritrae come un funzionario alieno da servile adulazione, un uomo dalla morale irreprensibile.
    C’è chi considera l’opera una sorta di laudatio funebris in onore del suocero, destinata alla pubblica recitazione; altri la considerano un encomio oratorio secondo i canoni del genere epidittico; altri ancora sottolineano il carattere politico dello scritto, nel senso che Tacito, esaltando la statura morale dell’uomo Agricola, nonché l’atteggiamento politico del funzionario, vorrebbe additare a tutti un modello di comportamento.
  • La seconda opera è Germania. Composta subito dopo l’Agricola, si compone di tre parti: i capitoli I-VI contengono una descrizione della regione e delle origini dei Germani; i capitoli VII-XXVII presentano un’accurata esposizione dell’organizzazione politica e militare, nonché degli usi e dei costumi di tale popolo; dal capitolo XXVIII alla fine (cap XLVI) vengono passate in rassegna una settantina di tribù germaniche.Per alcuni si tratterebbe di un’opera prettamente politica: Tacito avrebbe voluto informare Traiano sulla pericolosità dei Germani. Per quale scopo? Alcuni pensano che Tacito abbia voluto distogliere il principe dall’intraprendere qualsiasi iniziativa contro quel popolo; altri, al contrario, ritengono che lo storico abbia voluto indirettamente consigliare a Traiano di attaccare prima che il pericolo si facesse più serio; altri ancora credono che lo scopo dell’opera sia quello di giustificare l’assenza di Traiano da Roma, impegnato a consolidare i confini contro un popolo così pericoloso.
    Ma non tutti accettano la genesi politica. Una parte degli studiosi ritiene che l’opera sia un saggio nato per soddisfare la sete di conoscenza dei Romani, sempre attenti e curiosi verso tutto ciò che era “esotico”.
    La terza linea interpretativa è quella secondo cui Tacito avrebbe voluto contrapporre i sani costumi di una civiltà primitiva a quelli corrotti della civiltà romana.
    La prima differenza Tacito la rileva nel diverso modo in cui i due popoli si accostano all’istituto del matrimonio. L’ammirazione dello storico è tutta per la semplicità del rito germanico, perché riesce ad intuirvi una concezione del matrimonio come legame indissolubile (quando dice, a proposito della cerimonia nuziale, che presso i Germani non è la moglie a portare la dote al marito, ma viceversa, e che i doni di nozze consistono in animali e armi, Tacito pensa al grande affannarsi del padre romano per dare alla figlia la dote più ricca possibile, e ai gioielli e profumi offerti in dono alla sposa [per un approfondimento leggi Nozze romane, il cerimoniale clicca qui]). Di contro egli vede, tra i Romani, riti complessi, cerimonie fastose, che però non riescono a nascondere la leggerezza di sentimenti e superficialità nell’assumere l’impegno matrimoniale (per un approfondimento leggi Matrimonio e divorzio a Roma clicca qui).
    L’attenzione dello storico si concentra, poi, sulla pudicizia delle donne germaniche, non corrotte da spettacoli libidinosi, né dalle “eccitazioni dei banchetti”, e neppure dalla seduzione di una letteratura erotica. Esse non pongono alcun limite al numero dei figli, che seguono personalmente fin dalla nascita. La madre li allatta al proprio seno e non delega a nutrici e ancelle un compito che è solo suo. Di contro c’è la vita lasciva delle corrotte matrone romane, la frequenza con cui esse praticano l’adulterio e l’aborto, la facilità con cui si sottraggono all’impegno di madre.
    Certamente Tacito esagera tanto i pregi degli uni quanto i difetti degli altri, ma egli considera necessario rieducare i Romani riportandoli ai sani valori del mos maiorum, anche se poi lo storico non sa dire come!

Nel Dialogus de oratoribus affronta le cause della crisi dell’oratoria, individuandole nello scadimento dei valori morali e nella vacuità dell’insegnamento scolastico.

Le due opere storiche:

  • La prima opera prettamente storica composta da Tacito ha per titolo Historiae, pubblicata probabilmente tra il 105 e il 109 d.C.
    In essa Tacito narra avvenimenti dal 1° gennaio del 69 al 18 settembre del 96. Ci rimangono, però, solo i primi quattro libri e 26 capitoli del quinto, che trattano il periodo storico che va dal regno di Galba alla rivolta giudaica del 70.
    Sul perché Tacito abbia scelto tale periodo storico e perché abbia iniziato la narrazione proprio dal 69, non è facile dare una risposta. È probabile che abbia influito sulla scelta il fatto che di quegli avvenimenti era stato testimone e talvolta anche protagonista. Ma è ancora più probabile che lo storico, avendo visto una certa analogia tra la morte di Nerone e la morte di Domiziano, tra il clima di tensione creatosi dopo il 68 e quello verificatosi dopo il 96, tra la successione adottiva di Pisone ad opera di Galba e quella di Traiano ad opera di Nerva, abbia voluto indagare sui motivi politici e morali che avevano determinato di un’esperienza il fallimento, di un’altra il successo. La spiegazione egli la trova nella diversa tempra morale e soprattutto politica dei protagonisti.
  • L’ultima opera di Tacito, gli Annales, è riportata nei manoscritti con il titolo di Ab excessu divi Augusti.
    Narra la storia romana dalla morte di Augusto a tutto il regno di Nerone. Ci rimangono i libri I-IV, due frammenti del V, il VI, gli ultimi 38 capitoli dell’XI, i libri XII-XV, 35 capitoli del XVI.
    In relazione agli argomenti abbiamo pressoché intera la trattazione del regno di Tiberio, degli ultimi anni del regno di Claudio, di quasi tutto il regno di Nerone. Gli avvenimenti narrati arrivano fino all’inizio del 66; mancano pertanto quelli relativi agli ultimi due anni del regno di Nerone. La narrazione, dopo un breve proemio, inizia con la trattazione degli ultimi anni del regno di Augusto e della serie di circostanze che portarono il vecchio imperatore a ripiegare, dopo la morte di tanti designati alla successione, su Tiberio.
    Tacito distingue del regno di quest’ultimo due periodi. Dei primi nove anni dà un giudizio sostanzialmente positivo: l’imperatore mantiene la dignità delle magistrature, rispetta la divisione dei poteri, è ossequioso delle leggi, è morigerato nei costumi. Ma col passare degli anni Tiberio si ritira progressivamente dalla politica e delega il tutto alla sinistra figura di Seiano. Da allora si ha, dice Tacito, un’involuzione nei rapporti politici con l’aristocrazia senatoria ed anche un peggioramento del carattere dell’imperatore che mette in luce quella che è sempre stata la nota più saliente della sua personalità, cioè la simulazione.
    Se Tiberio è il simulatore, Claudio è il debole, il succube delle donne (Agrippina e Messalina) e dei liberti (Narciso).
    Nerone è invece il folle. Tacito tratteggia magistralmente la progressiva involuzione della sua personalità. Finché rimane sotto l’influsso della madre, di Burro e di Seneca, le sue manie vengono contenute. Ma il principe si fa via via sempre più indipendente, ed allora i suoi crimini non si contano più.Motivo costante dell’opera è il fatto che tutti gli imperatori all’inizio del loro regno sono animati da buone intenzioni, che poi finiscono per tradire. Inoltre il passaggio di regno si risolve in un passaggio verso tirannidi sempre più feroci, e di conseguenza la libertà diventa sempre più una parvenza.
    Rispetto alle Historiae cresce il gusto per il macabro e per l’orrido. Tacito indugia nel rappresentare le beghe, gli intrallazzi, la sete del potere, le connivenze, il clima di sospetti, le atroci morti, specie quelle perpetrate nell’ambito familiare. È inoltre molto più marcata la polemica contro quella parte della classe senatoria che, adulatrice ed arrivista, ha dato così squallido esempio dell’antica dignità.