Giovenale
Illustrazioni di Wenzel Hollar sulle Satire di Giovenale

Decimo Giunio Giovenale (ca. 55-130 d.C.) visse al tempo degli imperatori Traiano e Adriano.
Giovenale, figlio di un liberto, era di Aquino (nel Lazio). Studiò a Roma grammatica e retorica. Tentò di fare l’avvocato, ma, come si ricava dai suoi scritti, ebbe così poca fortuna da doversi adattare all’umilante vita del cliens, come il suo amico Marziale (ebbe contatti anche con Stazio e Quintiliano).
Notizie incerte parlano di un esilio in Egitto (l’imperatore Adriano lo avrebbe allontanato da Roma, alla veneranda età di 80 anni, con il pretesto di un incarico militare, per punirlo di alcuni versi offensivi nei confronti del suo amante, il bellissimo Antinoo: sul sito Studia Rapido leggi Amore e sesso nell’antica Roma) dove sarebbe morto attorno al 130 d.C.

Autore di 16 Saturae, satire moraleggianti amare e pungenti, Giovenale denuncia con violenza e sdegno i vizi più diffusi nella società imperiale («è l’indignazione a farmi scrivere versi») offrendoci una rappresentazione molto realistica ed efficace della corruzione del suo tempo. Le 16 Satire sono divise in 5 libri. Il primo ne comprende cinque (1-5), il secondo è costituito interamente dalla sesta satira, il terzo ne contiene tre (7-9), il quarto tre (10-12), il quinto quattro (13-16). Non si conosce la data della loro pubblicazione e probabilmente furono composte negli ultimi trent’anni di vita del poeta.

Il contenuto delle Satire di Giovenale, riassunto

L’indignatio di Giovenale – La I satira ha carattere proemiale; in esso il poeta espone i motivi che lo hanno indotto a scrivere satire. Egli spiega che la sua poesia non nasce da inclinazione naturale, ma dallo sdegno provocato da una società corrotta e corruttrice. Ma il poeta sa che questa violenza potrebbe nuocergli, e perciò è costretto ad essere prudente: egli se la prenderà con i morti, i quali sicuramente non si offenderanno per i suoi attacchi troppo violenti.

Contro il falso moralismo – Protagonista della II satira è una donna corrotta, Laronia, che si rivela di gran lunga migliore dei molti che dietro la facciata di perbenismo nascondono le loro turpitudini e le loro abiezioni.

Il pericolo e i disagi della vita a Roma – Nella satira III il vecchio Umbricio, onesto e povero cliens, amico di Giovenale, descrive i disagi di chi vive a Roma, invasa dai costumi e dalle mode orientali: non solo le loro donne danno un triste spettacolo di sé prostituendosi davanti al Circo, ma in più il greco, conoscendo meglio l’arte dell’adulazione e della finzione, toglie lavoro alla gente del luogo; il povero non è tenuto in nessuna considerazione perché chi concede credito tiene conto del censo, non dei costumi (il mos maiorum); a Roma poi per il gran trambusto è impossibile dormire e non è opportuno girare senza scorta perché bande di balordi scorazzano per le strade mettendo a repentaglio la vita degli onesti cittadini. Per tutto questo Umbricio ha deciso di andare a vivere in campagna, presso Cuma.

Domiziano convoca il Gran Consiglio per cuocere un rombo – Nella satira IV viene descritta una seduta del Gran Consiglio convocato da Domiziano per deliberare sul modo di cuocere un rombo pescato nell’Adriatico; viene proposta la costruzione di una grande padella. Giovenale, passando in rassegna i personaggi che partecipano alla seduta, di tutti mette in rilievo l’ipocrisia, il servilismo, la paura.

La vita del cliente – Nella satira V sono descritte le umiliazioni cui sono costretti i clienti per guadagnarsi la sportula. Giovenale, anche lui nella stessa condizione, è costretto ad alzarsi molto presto al mattino per recarsi dai suoi patroni, che il più delle volte si rivelano spilorci e sadici, soprattutto durante i banchetti.

Contro le donne – La satira VI è la più famosa e anche la più lunga (ben 661 versi). Il poeta, con l’intento di distogliere l’amico Postumo dal matrimonio, gli presenta una vasta tipologia di donne tutte caratterizzate in negativo. Nessuna donna si salva da questa ferocia rassegna di perversioni: Giovenale non fa distinzioni di ceto, “ché in tutte ormai, e nobili e plebee, uguale è la libidine, e colei che calca a piedi il sudicio selciato non è migliore di colei che a schiena si fa portare di giganteschi sirii” (vv. 349-351). Eppure la maggior parte degli esempi ritraggono donne dell’aristocrazia e della ricca borghesia. Ciò avviene perché Giovenale associa sempre alla ricchezza l’idea della corruzione. C’è Eppia, che fugge con un gladiatore, dimenticando di essere moglie di un senatore e di avere una sorella e dei figli; c’è Messalina che di notte, approfittando del sonno del marito Claudio, si cinge di veli e si reca a sfogare la sua lussuria nel lupanare; ci sono donne che amano esibirsi nell’arte gladiatoria e quelle che sfrenano la libidine durante i misteri in onore della Bona Dea (dea latina dietro cui è identificabile il mito della Grande Madre; i suoi riti si celebravano in un bosco sacro presso il colle Aventino nel mese di dicembre. A partecipare erano solo donne); e poi ci sono quelle che si rendono insopportabili perché non perdono mai un’occasione per sfoggiare la propria cultura: la donna avvocato che impara le leggi per ottenere il divorzio, la donna letterata e per ultima la donna filosofa. Di queste, Giovenale, seguendo una tradizione misogina di vecchio stampo, ne fa ovviamente la caricatura.

La misera condizione degli intellettuali – Nella satira VII il poeta passa in rassegna tutto il mondo delle professioni – dai poeti agli avvocati, dai maestri di retorica ai maestri di grammatica – per concludere che tutti vivono una condizione disagiata e sono fortemente penalizzati rispetto ad altre categorie sociali meglio stimate e meglio pagate. I poeti e i letterati in genere sperano invano di ottenere aiuti finanziari dai ricchi, i quali, afferma ironicamente il poeta, sono avari e per non spendere soldi si sono messi essi stessi a fare versi. Non migliore è la sorte dei maestri di grammatica e di retorica: già essi sono mal retribuiti o addirittura non retribuiti per niente, ma sono considerati dai genitori responsabili dell’ignoranza del figlio, del quale si rifiutano di ammettere l’incapacità di apprendere. A rendere ancora più precario la condizione dell’intellettuale romano-italico è la concorrenza dell’intellettuale greco, presentato da Giovenale come maestro dell’intrigo e dell’adulazione, nonché come corruttore del costume romano: stupratore, istrione, ricattatore e complice di delitti.

La vera nobiltà – Nella satira VIII Giovenale affronta il tema della nobiltà, che non è quella di nascita ma quella che si accompagna alle azioni e sentimenti degni. Per esempio, i nobili Catilina e Nerone si resero colpevoli di azioni disonorevoli, mentre Cicerone e Mario, uomini nuovi, si contraddistinsero per i loro meriti.

Il lamento di un prostituto – Nella satira IX Nevolo, un prostituto, si lamenta con Giovenale per il fatto che le sue prestazioni con il padrone non vengono ben ricompensate.

Contro i falsi beni – La satira X è un violento attacco contro coloro che pregano gli dèi per ottenere ricchezza, potenza, onori, longevità e bellezza, senza accorgersi che questi doni sono solo dei falsi beni, che portano rovina più che felicità. Bisogna accontentarsi delle piccole cose quotidiane. Solo desiderio lecito è mens sana in corpore sano.

Contro i raffinati banchetti dei ricchi – Nella satira XI, un invito a cena rivolto dal poeta al suo amico Persico offre lo spunto per contrapporre la frugalità dei cibi della sua mensa ai raffinati banchetti dei ricchi, alcuni dei quali si sono per questo ridotti in miseria (leggi sul sito Studia Rapido Alimentazione dei Romani: cosa, quando e dove mangiavano).

Contro i cacciatori di eredità – Nella satira XII Giovenale, sotto forma di epistola, narra del naufragio a cui è scampato il suo amico Catullo, padre di tre figli, e dei sacrifici da lui predisposti come ringraziamento, senza che vi sia alcun interesse personale in ciò, e non come i cacciatori di eredità, la cui amicizia nei confronti dei vecchi senza eredi non è così disinteressata.

Contro i falsi amici – Nella satira XIII un certo Calvino ha prestato del denaro a un falso amico che ora si rifiuta di restituirlo. Giovenale lo consola prospettando la punzione che colpirà lo spergiuro, il quale potrà sfuggire agli uomini e agli dèi, ma non sfuggirà al suo rimorso.

Sull’educazione dei figli – La satira XIV ha come tema l’educazione dei figli, che non deve essere perseguita a parole ma attraverso i buoni esempi, invece i padri considerano virtù quelli che sono dei vizi; si scaglia soprattutto contro l’avarizia e l’avidità; esalta gli antenati che davano ai figli esempi di virtù.

Un episodio di cannibalismo – Nella satira XV Giovenale racconta un episodio avvenuto in Egitto, dove, in occasione di una festa, gli abitanti di due città, in preda all’eccitazione prodotta dal vino, danno luogo a una rissa furibonda; un malcapitato caduto prigioniero di uno dei due gruppi in lotta viene sbranato e divorato.

La vita militare – Nella satira XVI, della quale rimangono solo 60 versi, Giovenale elenca a un amico, con tono tra il serio e l’ironico, i vantaggi e i privilegi della vita militare.

Lo stile è spesso contorto, il registro è elevato, ricercatezza negli effetti e soprattutto sovrabbondanza nell’uso di figure retoriche; tuttavia non è escluso talvolta il ricorso a un registro umile, familiare, popolare.