Anfitrione (Amphitruo) è tra le commedie di Tito Maccio Plauto, commediografo romano (254 a.C. – 184 a.C.). Commedia in cinque atti, rappresentata nel 206 a.C. È l’unica commedia di Plauto a soggetto mitologico. Plauto nel prologo la definisce tragicomoédia («tragicommedia») per l’inconsueta miscela sulla scena di dèi ed eroi, che di solito comparivano solo in tragedia, assieme ai tipici personaggi della palliàta (nell’antica Roma, commedia che riprendeva argomenti e costumi della commedia greca, adattandoli all’ambiente romano).
Ecco la trama e i personaggi. La scena si svolge a Tebe.
Il dio Giove si è invaghito di Alcmena, la moglie fedele e virtuosa del generale tebano Anfitrione. Un giorno, mentre il generale tebano è in guerra contro i Teleboi, il dio si introduce nel palazzo sotto le sembianze dello stesso Anfitrione, in compagnia di Mercurio che, per aiutarlo nell’imbroglio, ha preso l’aspetto di Sosia, fedele servo di Anfitrione, passato poi per antonomasia a indicare la copia esatta di un individuo.
Entrambi riescono a ingannare la servitù e Alcmena, credendo che Giove sia in realtà il marito di ritorno dalla guerra, lo accoglie con gioia e trascorre con lui una notte d’amore.
Ma all’improvviso giunge il vero Anfitrione, rientrato a Tebe con il suo esercito vittorioso; manda avanti il vero servo Sosia ad annunciare il suo arrivo ad Alcmena. Sosia rimane completamente sconvolto nel vedersi dinanzi un altro se stesso, che in realtà è Mercurio; rinuncia a bussare alla porta e va a raccontare l’accaduto al padrone, il quale, non credendogli, va su tutte le furie, pensa che il malcapitato servo sia impazzito o ubriaco o abbia sognato, lo insulta pesantemente e lo pesta di santa ragione.
Quando Anfitrione torna a casa poco dopo l’amplesso fra Giove e Alcmena, si scatena il gioco degli equivoci. Il marito accusa la moglie di adulterio, nonostante lei giuri di non averlo mai tradito.
Allontanatosi Anfitrione, si presenta ancora Giove sempre sotto le sembianze del generale. In seguito ritorna di nuovo Anfitrione. Si crea così una situazione intricata ed equivoca, in cui non si capisce più quale dei due sia il falso Anfitrione.
Alla fine Giove, facendo udire dal cielo la propria voce assieme al tuono, svela l’inganno e Anfitrione, anteponendo la devozione religiosa all’orgoglio, si dichiara onorato che Giove, il padre degli dèi e degli uomini, abbia scelto sua moglie come amante.
La vicenda si conclude poi con la nascita di due gemelli, uno figlio di Anfitrione, l’altro, il semidio Ercole, il mitico eroe dalla forza sovrumana, concepito da Giove.

