Publio Papinio Stazio vita, opere e poetica

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papinio stazio

Publio Papinio Stazio nasce a Napoli tra il 40 e il 50 d.C. Il padre è un maestro di retorica, amante della poesia greca e poeta egli stesso. Stazio partecipa fin da giovane a numerose gare poetiche, ottenendo vari riconoscimenti pubblici. Ad esempio, nel 70 (o 80 d.C.), vince a Napoli il primo premio nei Ludi Augustali (celebrazioni volute da Tiberio per onorare la memoria del padre adottivo Augusto e celebrare la Gens Iulia).

I successi poetici non risolvono però i suoi problemi economici. Giovenale nella Satira VIII scrive infatti che Stazio avrebbe patito la fame senza il ricavato ottenuto dalla fabula saltica, l’Agave (andata perduta), scritta per l’amante di Domizia, moglie dell’imperatore Domiziano.

Trasferitosi allora a Roma, durante l’impero di Domiziano, tra l’80 e il 92 d.C si dedica alla composizione della Tebaide.
Partecipa alla vita mondana della capitale, grazie soprattutto alla moglie Claudia, proveniente da una ricca ed influente famiglia romana. A Roma partecipa sia a molte pubbliche recitationes, in cui leggeva brani del suo poema, sia a molte gare di poesia.

Nel certamen capitolino, concorso poetico sul miglior carme su Giove Capitolino, istituito da Domiziano, è sconfitto da un certo Collino; tuttavia, ad Alba, in un concorso in onore di Minerva, riceve dalle mani dello stesso imperatore la corona aurea per un carme sulla campagna del sovrano contro i Germani e i Daci.

Verso il 94, stanco delle frivolezze della capitale, ritorna a Napoli, dove riprende a scrivere il suo secondo poema, l’Achilleide.

Muore probabilmente nel 96 d.C. a Napoli.

Publio Papinio Stazio opere e poetica

Publio Papinio Stazio è autore di due poemi epici, la Tebaide e l’Achilleide, che hanno come modello l’Eneide di Virgilio, e di una raccolta di versi in cinque libri, intitolata Silvae.

La Tebaide è un poema in dodici libri incentrato sulla vicenda della guerra dei sette contro Tebe, che vede contrapposto Polinice, insieme ad altri sei condottieri, al fratello Eteocle, impossessatosi della città.

L’Achilleide è il secondo poema di Papinio Stazio, interrotto quasi all’inizio. Nelle intenzioni del poeta avrebbe dovuto cantare le gesta di Achille dalla sua infanzia fino alla morte sotto le mura di Troia. Nella protasi, infatti, dice che è sua intenzione inserire nel poema tutte le vicende di Achille, rimaste prive di celebrazione poetica e cantare tutte le imprese compiute dall’eroe a Troia, eccetto il trascinamento di Ettore intorno alle mura, poiché ne aveva già parlato Omero (Iliade Libro Ventiduesimo riassunto).

Lucano e Virgilio sono i poeti che Stazio prende a modello per i suoi poemi epici. Lucano è richiamato già nel proemio della Tebaide: l’espressione fraternas acies è eco di cognates acies contenuto nell’opera di Lucano. Sembra che Stazio voglia costruire un’analogia tra la tragica vicenda dei due figli di Edipo e la lotta tra Cesare e Pompeo, anch’essi legati da vincoli di parentela (Pompeo nel 59 a.C. aveva sposato Giulia, la figlia di Cesare). Ma se in Lucano c’erano motivazioni ideologiche, e cioè dimostrare che quella guerra aveva significato l’inizio della rovina di Roma, una lettura politica della Tebaide di Stazio, che vive in una Roma pacifica, lontana dalle guerre civili, appare più che forzata.

Più accentuata è, invece, la dipendenza di Papinio Stazio da Virgilio. La scelta del soggetto mitico, la struttura del poema, che riprende l’ampiezza dei dodici libri, la struttura a dittico con la prima parte avventurosa e la seconda a carattere guerresco, gli interventi degli dèi, i sogni, le apparizioni, i concili divini, le discese negli inferi, i giochi funebri ecc. sono tutti elementi che avvicinano Stazio a Virgilio, ma solo sul piano formale.

Le intenzioni dei due poeti, infatti, sono molto lontane: Virgilio compone un poema, l’Eneide, che abbia funzione edificante sul piano politico e morale con l’esaltazione del regno di Augusto e l’affermazione dell’interesse collettivo su quello privato e del senso del dovere sull’ozio; in Stazio è assente qualsiasi riferimento al presente, il poema è fine a se stesso, escluso da rapporti di causa-effetto con il passato.

Inoltre, gli dèi, che in Virgilio partecipavano simpaticamente al dramma degli uomini, in Stazio si servono degli uomini per realizzare i loro fini. Giove, ad esempio, nell’Eneide è il rigoroso garante del Fato e riporta l’ordine non appena gli dèi tentano di deviare il corso stabilito, ma è anche colui che rassicura Venere, in ansia per le sofferenze del figlio Enea, e consola Giunone delusa nelle sue aspettative. Nella Tebaide, invece, Giove vuole distruggere e annientare la stirpe di Cadmo (mitico fondatore di Tebe) senza alcuna ragione precisa.

I personaggi di Stazio sono prototipi, molto vicini in questo ai personaggi tragici di Seneca: sono maschere, prive di evoluzione psicologica, messi lì a svolgere un ruolo, per quanto statica, tuttavia, l’analisi dello stato d’animo appare ampia, particolareggiata, ricca nella sua articolazione; sono personaggi disumanizzati a causa del cieco furore, che offusca il senso dell’equilibrio e della misura.

Nella Tebaide si riscontra un gusto del macabro e dell’orrido, il compiacimento dell’autore per la rappresentazione degli aspetti più raccapriccianti e squallidi; in alcuni passaggi, tuttavia, i toni diventano quasi elegiaci e si avverte una certa tendenza al patetico.

I due poemi, Tebaide e Achilleide, appaiono, poi, frammentati e disorganici: alcuni episodi risultano persino inseriti nel contesto narrativo come riempitivi; si potrebbe pensare che l’obiettivo fosse ancora una volta l’imitazione di Virgilio, il quale inseriva sì episodi digressivi che parevano rallentare la vicenda, ma che pure avevano la loro funzione.

In definitiva, si può dire che Stazio, pur perseguendo l’imitazione del classico ha in sé gli elementi della cultura post-classica. La vera novità di Stazio è l’uso degli strumenti retorici: metafore, apostrofi, ripetizioni, accostamenti per ottenere effetti di straniamento.

Le Silvae fanno parte del repertorio lirico-epigrammatico. Contengono: epicedi, epitalami, carmi adulatori, epistole di ringraziamento, lettere poetiche e componimenti per compleanni, inaugurazioni, feste pubbliche, descrizioni di opere d’arte ecc. Per via della varietà di temi trattati rappresentano un importante documento delle abitudini e dei gusti della media e ricca borghesia del tempo. Il metro prevalente è l’esametro.

Nella prefazione del primo libro, dichiara che i suoi componimenti sono nati dal fervore dell’improvvisazione: il poeta si vanta di non aver riservato ad alcuna sua poesia un tempo compositivo di più di due giorni, ma il più delle volte la spontaneità risulta soffocata da un mare di erudizione e dall’intenzione di sorprendere.

Si può però dire che con Papinio Stazio si supera la vecchia dicotomia tra poesia lirica e poema epico: l’incompatibilità è risolta nell’affermazione dell’una come propedeutica dell’altra.

Stazio nella Divina Commedia

Stazio, grandissimo ammiratore di Virgilio, è uno degli autori latini che maggiormente influenzarono la cultura letteraria di Dante. Nel Convivio Stazio è definito «lo dolce poeta», ma è soprattutto nella Divina Commedia che la sua influenza appare più profonda.

Numerosi, infatti, sono i personaggi e il materiale mitologico tratti dalla Tebaide. Oltre all’episodio di Capaneo, punito tra i bestemmiatori (Inferno XIV), alla figura di Anfiarao, punito tra gli indovini (Inferno XX) e alla rievocazione dell’orrendo episodio di Tideo e Melanippo (Inferno XXXII), moltissimi sono i riferimenti ai poemi di Stazio.

La figura del poeta svolge in Purgatorio un ruolo essenziale. Stazio, infatti, assume una funzione di passaggio tra Virgilio e Beatrice, tanto che nel canto XXV sarà lui a istruire Dante su complesse questioni dottrinali.

La biografia di Stazio è ricostruita da Dante minuziosamente, anche se con qualche inesattezza derivante dalle fonti medioevali (il poeta, per esempio, è detto nativo di Tolosa anziché Napoli: Purgatorio XXI, 89).

Sempre da fonti e da racconti leggendari medievali derivano l’attribuzione del peccato di prodigalità e la notizia della conversione al cristianesimo, avvenuta in seguito alla lettura della IV Ecloga delle Bucoliche di Virgilio.