enea
Federico Barocci, "Enea fugge da Troia", 1598. Roma, Galleria Borghese

Enea: introduzione

Enea, figlio di Anchise e di Afrodite, nell’Iliade è un giovane guerriero, protetto dagli dèi che lo mettono in salvo ogniqualvolta la sua vita è in pericolo; Poseidone è una divinità nemica di Troia, eppure salva Enea perché sa che Zeus e il Fato lo hanno destinato a sopravvivere alla rovina della sua città. La condizione di eroe caro agli dèi e scelto dal destino è quindi già tutta nell’Iliade; la narrazione virgiliana (Eneide) sviluppa lo spunto omerico e lo porta a compimento narrando le avventure di Enea dopo la caduta di Troia.

Enea dopo la caduta di Troia

Troia cade: le case bruciate, i tesori saccheggiati, la reggia violata, il vecchio re Priamo trucidato senza pietà, le principesse reali e la regina fatte prigioniere e divise tra i più forti guerrieri del campo greco. Un massacro immenso, uno scempio orribile.

Enea con un gruppo di compagni tenta di opporsi ai nemici, combatte per le vie della città, deciso a morire insieme a tutti coloro che vengono via via sterminati. Ma che senso avrebbe sacrificare la propria vita per una città già morta? Che senso avrebbe opporsi alla volontà degli dèi? È Afrodite stessa a mostrare a Enea l’inutilità del suo gesto, dal momento che proprio gli dèi guidano le armi distruttrici. Allora Enea comprende che il destino vuole ben altro da lui, gli affida un compito molto più importante da portare a termine: quello di raccogliere i pochi superstiti e cercare, insieme ad Anchise, a Creusa e ad Ascanio, la salvezza e un futuro in una nuova patria, portandovi i Penati di Troia. Bisogna dunque partire senza indugi.

Il vecchio Anchise da principio non vuole staccarsi dalla terra nella quale ha vissuto, vuole essere sepolto lì, con gli altri. Ma accade un evento prodigioso che gli fa cambiare idea. Una fiamma venuta dal cielo, all’improvviso, avvolge la testa di Ascanio senza arrecargli alcun danno; Anchise vede in questo segno un’indicazione della volontà degli dèi e accetta di partire assieme agli altri.

Enea, allora, caricatosi sulle spalle il padre Anchise, che tiene tra le mani i sacri Penati di Troia, preso per mano il figlio Ascanio, seguito dalla moglie Creusa, percorre nella notte, piena di bagliori e di ombre sinistre, le strade di Troia nelle quali il nemico ebbro per la vittoria, si lascia andare alle gozzoviglie e ai festeggiamenti più sfrenati.

Enea giunge al porto di Antandro. Qui si accorge che Creusa non è dietro di lui come credeva. Preso dall’angoscia e dal dolore, lascia Anchise e il figlio al porto e tutto affannato ritorna in città a cercarla. Creusa, ormai diventata ombra fra le ombre, gli appare e gli dice che lei è perduta per sempre e che il cercarla è inutile. Poi lo esorta a partire e a mettere in salvo se stesso e gli altri; gli chiede soltanto di mantenere vivo il suo ricordo nella mente del loro figlio. Dopo quest’ultimo addio, cominciano le peregrinazioni di Enea.

Le peregrinazioni di Enea

Molte sono le tappe del viaggio e più spesso dolorosi che lieti sono gli incontri che l’eroe fa.

È dapprima in Tracia, dove parla con l’ombra di Polidoro, l’infelice figlio di Priamo mandato dal padre in quel luogo presso il re Polimnestore perché si salvasse assieme a una discreta parte del tesoro troiano. Alla notizia della caduta di Troia, però, Polimnestore lo ha fatto uccidere per impadronirsi del suo oro. Enea, rimasto colpito e costernato, parte da quel luogo per lui infido, perché chi vi regna non ha rispetto per le leggi, né divine né umane.

I profughi toccano l’isola di Delo, dove l’oracolo di Apollo esorta l’eroe a cercare la sua antica patria; allora si dirigono all’isola di Creta dove credono si trovi la loro terra di origine, perché uno dei più antichi re di Troia proviene da lì. Ma non è quella la terra che l’oracolo ha indicato: questo è quanto viene espresso dai Penati a Enea in sogno. La terra che Enea deve cercare è più a ovest e si chiama Italia, lì finirà il suo viaggio.

Enea però ha una dea nemica, Era, che non perde occasione di perseguitarlo in tutti i modi e, soprattutto di intralciare il suo viaggio. Così, durante la traversata del mar Ionio, la dea suscita contro i profughi una violenta tempesta che sospinge le navi sulle spiagge delle isole Stròfadi dove le Arpie, guidate da Celeno, contaminano i cibi dei Troiani e li costringono subito alla partenza.

Enea fa allora rotta per l’Epiro, dove regna Eleno, figlio di Priamo che come Cassandra ha il dono della profezia. La vicenda di Eleno è quanto mai straordinaria: egli è partito da Troia come schiavo di Neottolemo (detto anche Pirro), figlio di Achille; con lui c’è anche Andromaca divenuta schiava del guerriero dopo essere stata la sposa di Ettore, l’eroe troiano più valoroso. Neottolemo si stanca presto di Andromaca e la cede in sposa a Eleno. Poi, quando Neottolemo viene ucciso, gli abitanti di quel luogo chiedono a Eleno di diventare il loro re. Enea è lieto si sapere che un Troiano, di stirpe regale, ha avuto una sorte così favorevole, ma quando vede Andromaca è preso da una grande tristezza anche per Eleno. Quella donna si è impietrita per il dolore e vive solo dei ricordi del passato. È stato eretto lì, a Butroto, un sarcofago per Ettore e in questo luogo Andromaca si reca ogni giorno a portare offerte e a pregare. Andromaca non rinnega il presente, ma è come se le vicende quotidiane le scorrano accanto senza sfiorarla. Sembra immemore e lontana con la mente.

Quando Enea si allonta da Butroto, riceve da Eleno il consiglio di dirigersi verso la Sicilia. E così l’eroe fa. Ma in Sicilia è colpito da un’altra disgrazia: le fatiche del viaggio, i disagi e le preoccupazioni hanno stancato e indebolito la forte fibra di Anchise, che muore. Anchise viene sepolto a Erice.

Enea riprende il mare, ma anche questa volta una violenta tempesta sospinge le sue navi fuori rotta, sulla costa africana. La nave di Enea tocca terra in un porto tranquillo, ma crede di aver perduto tutte le altre navi e i compagni. Sono tutti presi dalla disperazione. Non sanno cosa fare e dove andare. Anche Enea condivide lo stato d’animo dei compagni, ma egli è il capo e non può lasciarsi prendere dallo scoraggiamento, altrimenti tutto è perduto. Così li lascia sulla spiaggia a riposare e va a perlustrare il luogo e a cercare del cibo. Riesce a catturare una cerva e incontra sua madre Afrodite in vesti di fanciulla che lo tranquillizza e gli consiglia di presentarsi a Didone, regina in quel luogo, chiedendole ospitalità.

Così fa Enea; con pochi compagni e con il figlio Ascanio si dirige senza essere visto verso la città che gli è stata indicata: una nebbia prodigiosa lo avvolge permettendogli di arrivare inosservato al cospetto della regina, come gli ha suggerito sua madre.

Proprio nel momento in cui Enea si sta rivolgendo a Didone, vede un gruppo di compagni da lui creduti naufragati, che si rivolgono alla regina per chiedere ospitalità e aiuto e che sembrano dolenti di aver perduto il loro capo. La nube che avvolge Enea e chi lo accompagna si dissolve ed egli si unisce agli amici nella supplica alla regina. Didone ascolta con benevolenza le loro preghiere: anche lei è profuga, è dovuta fuggire dalla sua città dopo che le è stato ucciso, in una congiura ordita da suo fratello, il marito Sicheo; è poi giunta con alcuni fedeli compagni in quel luogo per dare inizio a una vita nuova. Le richieste di Enea sono dunque bene accolte e l’eroe è ospitato nel palazzo della regina, assieme al figlio Ascanio.

Durante un banchetto offerto in onore degli ospiti, Afrodite manda Cupido perché colpisca al cuore la regina e la faccia ardere d’amore per Enea, che prova da subito una forte attrazione per lei. Una donna così bella e coraggiosa è certamente una comapgna ideale per lui e degna di occupare il posto dell’infelice Creusa.

Nel periodo che l’eroe troiano trascorre presso Didone, dimentica tutto: una forte passione lo lega a questa donna; e lei, d’altro canto, spera in cuor suo di poterlo trattenere per sempre presso di sé. Ma il destino riprende possesso della vita dell’eroe e Zeus manda a Enea Ermes richiamandolo affinché egli compia il proprio dovere senza altri indugi. Enea deve dire addio alla regina Didone, che, rimasta sola nel palazzo, presa dalla disperazione, si toglie la vita (La tragedia di Didone nel Libro IV dell’Eneide clicca qui).

Enea e i suoi compagni puntano sulle coste della Sicilia da dove, dopo una breve tappa per rendere gli onori funebri ad Anchise, la spedizione parte alla volta delle coste dell’Italia. Prima però Enea deve fermarsi a Cuma per interrogare la Sibilla; questa lo accompagna nell’Averno perché egli ottenga notizie dal padre. Prima di scendere nell’Ade, Enea dà sepoltura al compagno Miseno, sul promontorio che da lui ha preso il nome. Abile trombettiere, ha preteso di sfidare gli dèi ed è stato precipitato in mare dal dio Tritone, figlio di Poseidone.

Nell’Averno, Enea non vede solo le figure di quelli che lo hanno accomapgnato nella vita e che hanno fatto parte di essa, ma anche i suoi discendenti, i personaggi della futura storia della città di Roma.

Poi il viaggio riprende e le navi giungono sulle rive del Tevere. Qui avviene un prodigio: le navi sono mutate in ninfe ed Enea comprende che la fine delle sue peregrinazioni è giunta. Ma non per questo hanno termine le difficoltà: per poter dare una dimora stabile ai suoi compagni, Enea si reca presso il re Latino che regna in luogo felice e sereno, fra gente benevola e ospitale, Laurento. Quel re accoglie con tutti gli onori il nuovo venuto, gli permette di fondare una città nella sua regione e gli offre in sposa la figlia Lavinia. Latino sa che quelle nozze sono necessarie, perché segni divini lo hanno profetizzato, ma la moglie di lui, Amata, desidera per la figlia un altro sposo, il re dei Rutuli, Turno.

Turno, che non vuole rassegnarsi alle decisioni di Latino, raccoglie molte genti attorno a sé e muove guerra a Enea e agli alleati che è riuscito a farsi. Un’inutile guerra, nel corso della quale molte giovani vite sono falciate in ambedue gli schieramenti: Eurialo e Niso, Pallante, Lauso e tanti altri. Alla fine anche il destino di Turno si compie: cade sotto i colpi di Enea costretto a combattere per realizzare il disegno divino. Terminata la guerra, Enea sposa Lavinia e dà il suo nome alla città che fonda.

La morte di Enea

Anche se il poeta Virgilio, l’autore del grande poema dedicato alle gesta dell’eroe troiano, l’Eneide, termina la sua opera con la morte di Turno, la storia delle vicende di Enea non finisce qui. Le leggende antiche che tramandano le ultime vicende di Enea raccontano che egli, durante un combattimento contro gli Etruschi, antichi alleati di Turno, scomparve nel culmine di una tempesta che era scoppiata all’improvviso e che Venere stessa lo portò nell’Olimpo, dove divenne una divinità onorata successivamente dai Romani con il nome di Giove Indigete. Il figlio di Enea, Ascanio, che aveva anche il nome di Iulio, dopo la scomparsa del padre fondò la città di Albalonga; dalla stirpe del giovane principe troiano derivò la famiglia Giulia o Iulia.

Enea: eroe omerico e virgiliano

Destinato dalla struttura stessa del poema a essere un po’ Ulisse e un po’ Achille, Enea risulta in ultima analisi lontano sia dall’uno che dall’altro ed è solo esteriormente assimilabile ai due eroi omerici.

Come Ulisse, anche Enea affronta l’esperienza del viaggio, ma sono i voleri del Fato, la forza del mare e l’intervento degli dèi che lo conducono verso le varie tappe: egli non ha lo spirito di avventura e la curiosità di «divenir del mondo esperto» che caratterizzano Ulisse.

Come Achille, anche Enea è audace, valoroso, ma, diversamente da lui, non cerca la guerra per far bottino, per conquistarsi la gloria ed esser così ricordato tra le genti. La guerra è per lui una dolorosa necessità impostagli da eventi incontrollabili, una serie infinita di lutti e di ferocie, la negazione di tutti i valori e di tutti gli affetti. La virtù specifica di Enea è la pietas, un sentimento che per i Romani significava devozione religiosa, rispetto della famiglia e degli antenati, accettazione del dovere, capacità di sopportare le avversità, alto senso civico che lo porta ad anteporre al proprio destino individuale la considerazione del bene della comunità.