Poseidone (Nettuno per i Romani)
Nettuno - Museo del Louvre, Parigi.

Secondo la tradizione greca Crono ebbe tre figli autorevoli: Zeus, Ade e Poseidone.

Quando Crono fu spodestato, i figli si spartirono il suo regno in modo da regolare la vita dei viventi e di tutte le cose. Zeus ebbe il dominio sul Cielo e su tutte le terre, Ade fu il signore dell’oscuro mondo sotterraneo e del regno dei morti, Poseidone (Nettuno per i Romani) fu invece signore delle acque e del mare.

Nelle profondità del mare, sorgeva il suo splendido palazzo, i cui muri erano incrostati di madreperla, con decorazioni a intarsi di coralli e gemme.
Quando Poseidone usciva a passeggio sulla superficie azzurra delle acque, stava ritto in piedi e con in mano un tridente, sopra un carro tirato da quattro bianchi cavalli che avevano zoccoli di bronzo, seguito da tutta la sua numerosa corte di Tritoni, di Nereidi, di Sirene. il mare si acquietava subito; i delfini, per festeggiare l’avvenimento, facevano grandi salti di gioia; i gabbiani plaudivano dal cielo con festosi svolazzi e con grida acute di giubilo. Ma quando Poseidone, di umore incostante come il mare di cui era signore, era irato e violento, la superficie del mare s’incupiva, le onde si gonfiavano, si alzavano minacciose al cielo, si accavallavano le une sulle altre, per poi rompersi furibonde contro gli scogli o contro le carene delle navi. A volte le ire del dio si sfogavano in spaventosi maremoti e anche i terremoti erano attribuiti ai colpi del suo spietato tridente.

Poseidone avrebbe voluto sposare la ninfa marina Tetide, ma la profezia delle Moire, secondo la quale il figlio di Tetide (chiamata anche Teti) avrebbe acquistato più fama del proprio padre, fece sì che Poseidone rivolgesse le sue attenzioni ad Anfitrite, sorella di Tetide. Anfitrite in un primo tempo non ne volle sapere e andò a rifugiarsi sul monte Atlante. Ma poi si arrese ai messaggeri di Poseidone, loquaci e convincenti. Dall’unione di Poseidone e Anfitrite nacquero tre figli: Tritone, Rode e Bentesicime.

A Poseidone, che non si poteva certo definire un modello di fedeltà coniugale, vennero attribuite molte paternità: i Cercopi, i Lestrigoni, gli Aloidi, il ciclope Polifemo, i giganti Anteo e Briareo e molti altri.

Tra le altre, Poseidone amò anche Scilla, forse l’unica di cui Anfitrite, docile e indulgente, si sia vendicata. Infatti, allorché Anfitrite si accorse dell’idillio tra suo marito e Scilla, ricorse ai consigli di Circe. Circe le diede alcune misteriose erbe magiche, dicendole di stemperarle nell’acqua dove la ninfa era solita bagnarsi, cioè in una rada della costa calabra sullo Stretto di Messina. Anfitrite fece come detto da Circe e appena Scilla si tuffò in quello specchio d’acqua, venne subito trasformata in un mostro con dodici zampe e sei lunghissimi colli che finivano in sei orribili teste, dalle cui sei bocche, ognuna delle quali era armata di una triplice fila di denti, uscivano continui e insistenti latrati.
Il nuovo mostro prese ad abitare dentro una caverna nel promontario calabro.

A poca distanza, c’era, vicino alla costa siciliana, dall’altro lato dello Stretto, una rupe inaccessibile, sulla quale cresceva un immenso fico, all’ombra del cui fogliame stava in agguato un altro mostro, Cariddi, figlia di Poseidone e Gea. Cariddi inghiottiva tre volte al giorno le acque del mare e tre volte le rigettava dall’orrenda bocca. Così le navi, per attraversare lo Stretto, dovevano evitare di cadere nel gorgo di Cariddi, senza essere però divorate da Scilla.

I Greci consacrarono a Poseidone un santuario sull’Istmo di Corinto e là si svolgevano i giochi Istmici, ai quali partecipavano tutti i Greci.
Non vi fu luogo o città della Grecia (e in seguito anche l’Italia) dove Poseidone non fosse rispettato. Gli vennero innalzati statue e templi, gli si consacrarono anche città, come Paestum nell’Italia meridionale, che nacque come Poseidonia, cioè città di Poseidone. Qui ancora oggi si ammirano le rovine del suo tempio imponente e massiccio.

La divinità corrispondente al Poseidone dei Greci presso i Romani era Nettuno, ma non essendo i Romani un popolo di navigatori, pescatori e commercianti, come lo furono invece i Greci, non lo venerarono con lo stesso fervore, tanto più che i Romani cominciarono ad affacciarsi sul mare relativamente tardi rispetto ai Greci, cioè soltanto dopo aver conquistato la supremazia sulla terraferma. I Romani lo veneravano il 23 luglio con la festività dei Nettunalia (Neptunalia in latino), durante la quale si svolgevano i Ludi (giochi pubblici).

A Poseidone, come a Nettuno, furono sacri alcuni animali, come il cavallo e il delfino, sempre apprezzato dagli uomini in quanto il suo apparire nel corso della navigazione era segno di mare calmo. Quando il mammifero nuotava al seguito delle imbarcazioni, si riteneva che contribuisse a mantenerle in rotta.

A Poseidone era stata consacrata anche una pianta: il pino. Non a caso infatti le navi antiche erano pressoché interamente costruite con tavole di legno di pino (o di cedro del Libano), il migliore per la realizzazione delle imbarcazioni.

Scopri sul sito il Tempio di Nettuno nell’area archeologica di Paestum:
http://www.studiarapido.it/larea-archeologica-di-paestum/