ludi
Il vincitore di una corsa dei cocchi nell'antica Roma.

Partecipare ai ludi, ovvero ai giochi e agli spettacoli pubblici, era considerato dai romani un dovere civico.
In età repubblicana i ludi erano offerti da magistrati o da sacerdoti, ed erano strettamente connessi con le feste rituali della religione romana. I più importanti erano i ludi saeculares, che comprendevano, dopo le cerimonie di purificazione, la processione religiosa e i sacrifici rituali al Campo Marzio; venivano poi i giochi circensi e gladiatori e le venationes (cacce e lotte con bestie feroci); c’erano quindi la salita al Campidoglio e i sacrifici in onore degli dèi protettori di Roma, infine gli inni cantati da giovani e vergini ad Apollo e Diana.

In età imperiale i ludi si fecero sempre più fastosi e costosi, perché divennero spettacoli di massa finalizzati a produrre il consenso intorno alla figura dell’imperatore, che li ordinava e li finanziava. La Roma dei primi secoli dell’età imperiale era una città caotica, sovraffolata, contava una popolazione di oltre un milione di abitanti per un quarto nullafacenti. Una massa umana difficile da governare, che i principi cercavano di “tenere buona” con due strumenti principali: le elargizioni pubbliche di cibo (frumentationes), e talora di denaro, e i ludi organizzati in occasione di festività religiose e civili. La frequenza di queste ultime venne aumentata a dismisura: si è calcolato che nella Roma imperiale per ogni giorno lavorativo ce n’erano due di festa. In questo senso il poeta Giovenale, alla fine del I secolo d.C., nelle sue Satire parlava con disprezzo del popolo che desiderava solo «pane e spettacoli da circo» (panem et circenses).

I ludi erano di diverso tipo: gare di pesca, giochi popolari come la corsa nei sacchi o il tiro alla fune, evoluzioni acrobatiche. Assai più apprezzate erano le corse con i carri, che a Roma si tenevano nel Circo Massimo. Bighe, trighe o quadrighe, trainate rispettivamente da due, tre o quattro cavalli e guidate da esperti fantini (aurighi) si sfidavano in gare all’ultimo respiro.
Le corse con i cocchi si svolgevano a squadre (factiones), ciascuna caratterizzata dal colore della tunica dei fantini: factio albata (squadra bianca), veneta (azzurra), russata (rossa) e prasina (verde). Ciascuna squadra possedeva una propria pista di allenamento, nonché veterinari, stallieri e capotifosi (chiamati iubilatores), che avevano lo specifico compito di incitare il pubblico. Su ogni gara, poi, venivano organizzate scommesse in denaro, dette sponsiones. Tanto grande era la passione dei Romani per queste gare che anche alcuni imperatori – come Caligola, Nerone, Commodo e Caracalla – scendevano nell’arena a gareggiare come aurighi.

Ma lo spettacolo sicuramente più apprezzato dal pubblico era il combattimento tra gladiatori, chiamato munus. I combattimenti vedevano protagonisti uomini armati in modo differente oppure uomini contro animali. Spesso, nel caso di combattenti schiavi o malfattori, lo scontro continuava sino alla morte di uno dei due. Era l’imperatore a stabilire la sorte dello sconfitto (con il famoso “pollice verso”) dopo aver sentito l’opinione degli spettatori, al cui giudizio generalmente si adeguava.