Caracalla imperatore di Roma, 211-217 d.C.

Marco Aurelio Antonino, detto Caracalla per la veste gallica che usava indossare, nacque a Lugdunum (odierna Lione, in Francia) il 4 aprile 188 d.C.

Caracalla successe a suo padre Settimio Severo (iniziatore della dinastia dei Severi) dopo che questi morì nel corso di una spedizione militare in Britannia nel 211 d.C.

In realtà, alla morte di Settimio Severo furono nominati imperatori di Roma entrambi i suoi figli, Caracalla e Geta. Caracalla fece assassinare suo fratello e restò unico imperatore (211-217 d.C.).

Caracalla continuò la politica accentatrice del padre. Il suo nome è legato alla Constitutio antoniniana nel 212 d.C., anche detto Editto di Caracalla. Con l’editto la cittadinanza romana venne estesa a tutti gli abitanti dell’Impero di Roma. In un momento in cui le casse dello Stato erano in dissesto, l’editto mirava ad allargare la base fiscale, poiché estendeva anche ai provinciali il pagamento di alcuni tributi, come le imposte di successione o le tasse sull’affrancazione degli schiavi, in precedenza pagati dai soli cittadini romani. Inoltre, il reclutamento veniva esteso anche quei barbari che erano disposti a combattere sotto le insegne di Roma.

Sempre nel 212 d.C., per volere dell’imperatore ebbero inizio i lavori alle Terme Antoniniane anche dette Terme di Caracalla. Queste terme pubbliche furono le più imponenti mai edificate nell’Impero di Roma fino all’inaugurazione delle Terme di Diocleziano (306 d.C.).

La dilatazione delle spese dello Stato – per la difesa dei confini, l’edilizia pubblica, la manutenzione delle strade, i donativi ai soldati, le distribuzioni alla plebe – era divenuta ormai preoccupante. Caracalla vi fece fronte, come già suo padre Settimio Severo, con nuove tasse, confische, perquisizioni.

La difficile situazione economica non lo trattenne tuttavia dall’organizzare una grandiosa spedizione in Oriente contro i Parti. Anche Caracalla, infatti, al pari dei suoi predecessori, sognava di annettere all’Impero il regno dei Parti. A tal fine decise di chiedere in moglie al re dei Parti una delle figlie. Ricevuto un rifiuto gli dichiarò immediatamente guerra. Ma la sua condotta in guerra fu così dissennata ed ebbe risultati così disastrosi che l’8 aprile 217 d.C., a Carre, fu fatto uccidere dal prefetto del pretorio Opellio Macrino. Quest’ultimo, proclamato imperatore dall’esercito, governò fino al 218.