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Schiavi romani nell’antica Roma

Gli schiavi romani nell’antica Roma si trovavano all’ultimo gradino della scala sociale. Erano uomini, donne e bambini considerati proprietà del loro signore (dominus), come un qualsiasi oggetto. Non avevano la possibilità di partecipare alla vita politica, né di essere autonomi economicamente e non godevano di alcun diritto. Alla morte del padrone diventavano di proprietà degli eredi.

Agli schiavi romani i loro padroni davano solo le cure minime che si dovevano anche alle bestie. Varrone Reatino, uno scrittore del I secolo a.C., definì lo schiavo uno “strumento dotato di voce” (instrumentum vocale), cioè un puro bene materiale. La condizione di non-persona di uno schiavo era tale che non aveva neanche diritto al proprio nome: a Roma molti schiavi avevano un nome greco, non perché questa fosse la loro origine, ma perché i nomi greci erano di moda.

Del resto, la schiavitù a Roma era considerata una condizione “naturale” e non si sentiva il bisogno di giustificarla.

Intorno al 30 a.C. gli schiavi a Roma erano almeno un terzo della popolazione. Il loro numero era andato crescendo con le guerre vittoriose di Roma che facevano affluire nella penisola una grande quantità di prigionieri.

La compravendita di schiavi nell’antica Roma

Chi voleva acquistare uno schiavo o una schiava andava in botteghe specifiche o al foro, la piazza principale della città. Sotto la sorveglianza di appositi magistrati, gli schiavi in vendita erano posti su un palco girevole (catasta) con al collo il titulus, cioè un cartello con tutte le informazioni utili al compratore (nome, paese di provenienza, doti fisiche e intellettuali, particolari abilità, eventuali difetti). Gli schiavi provenienti d’oltremare erano riconoscibili per un piede imbiancato con il gesso, i soldati vinti per una coroncina in testa. Schiavi scelti e costosi venivano mostrati in sale chiuse a ingresso controllato.

Chi erano gli schiavi romani?

Nell’antica Roma una persona poteva trovarsi in stato di schiavitù:

  • perché nato da una schiava (servus natus ex ancilla), indipendentemente da chi fosse il padre;
  • perché non riusciva a pagare i propri debiti (addictus);
  • per scelta propria, perché così, facendosi vendere da un mercante di schiavi, otteneva per sé una parte della somma;
  • perché prigioniero di guerra e veniva venduto al migliore offerente;
  • a seguito di una pena che comportava la perdita della libertà personale (per esempio: l’assassinio, la renitenza alla leva, l’evasione fiscale);
  • perché rapiti dai pirati per poi essere venduti;
  • bambini che venivano abbandonati perché non riconosciuti dal padre o venduti dalle famiglie povere.

Classificazione degli schiavi romani

Gli schiavi nella società romana venivano classificati in:

  • servi pubblici, cioè di proprietà dello Stato, come i banditori (praecones), i messi statali (viatores), o i custodi dei templi (aeditui);
  • familia rustica, cioè gli schiavi che lavoravano in campagna nelle villae;
  • familia urbana, ossia gli schiavi che lavoravano nelle domus, con mansioni diverse come cucinare e pulire, oppure con mansioni di grande fiducia, come amministrare il patrimonio del padrone (erano i dispensatores o procuratores) o sovrintendere all’istruzione dei ragazzi di casa (erano i paedagogi).

Qual era la condizione di vita degli schiavi romani?

Le condizioni di vita degli schiavi erano estremamente variabili: coloro che lavoravano in miniera erano condannati a un’esistenza assai dura e a una morte precoce, a causa delle fatiche disumane a cui erano sottoposti; meno faticosa, ma altrettanto gravosa, era la vita degli schiavi impiegati nei campi. Invece coloro che abitavano nella casa del padrone godevano spesso di un certo benessere e potevano sperare di essere liberati.

Gli schiavi nell’antica Roma non potevano possedere nulla; non potevano opporsi a eventuali soprusi del padrone, che poteva punirlo fino alla morte, se disubbidiva o se tentava di fuggire. Non avevano diritto a una propria famiglia: i figli di una schiava, anche se nati dall’unione con un uomo libero, erano proprietà del padrone, e potevano in qualunque momento essere sottratti alla madre.

Il padrone poteva far lavorare lo schiavo fino all’esaurimento delle sue forze. Ai padroni non importava, perché le continue conquiste e il fiorente mercato internazionale favorivano in abbondanza e a buon prezzo nuove vittime.

Successivamente la loro condizione migliorò un poco: essi poterono, per esempio, essere affrancati (liberati) dal padrone, in cambio di un riscatto o come premio per l’assoluta fedeltà, e diventavano liberti; poterono stabilire una convivenza di fatto (conturbernium) con una donna scelta tra le schiave (che veniva detta conserva). I figli nati da questa unione erano detti vernae ed erano schiavi del paterfamilias.

Il filosofo Seneca (4 a.C.-65 d.C.), in controtendenza rispetto alla mentalità del suo tempo, scrive che gli schiavi devono essere trattati con familiarità e benevolenza, perché sussiste una naturale e sostanziale uguaglianza fra padroni e schiavi, partecipi di un comune destino e sottoposti al capriccio della sorte: gli schiavi sono infatti per un uomo saggio come «compagni di vita», «compagni di schiavitù», «umili amici» (Seneca, Epistole a Lucilio, 47,1). Tuttavia la schiavitù come istituzione sarebbe stata condannata soltanto con l’avvento del cristianesimo.

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