schiavi romani
Schiavi al lavoro

La condizione degli schiavi nell’antica Roma

In generale, nelle culture antiche, la schiavitù era considerata una condizione “naturale” e non si sentiva il bisogno di giustificarla. Giuridicamente lo schiavo era una proprietà, come un qualsiasi oggetto. Ad essi si davano solo le cure minime che si dovevano anche alle bestie: tanto che lo schiavo venne definito da Varrone Reatino, uno scrittore del I secolo a.C., “strumento dotato di voce” (instrumentum vocale), cioè un puro bene materiale.

Per i Romani vi erano quattro situazioni per cui una persona poteva trovarsi in stato di schiavitù:
– per nascita (servus natus ex ancilla);
– per debiti (addictus) non pagati;
– per scelta, facendosi vendere da un mercante di schiavi e ottenere così per sé una parte della somma;
– per essere stato fatto prigioniero di guerra (captivus).

Gli schiavi in vendita erano posti su un palco girevole (catasta), con un piede imbiancato con il gesso e con al collo il titulus, un cartello con tutte le informazioni utili al compratore (nome, paese di provenienza, doti fisiche e intellettuali, particolari abilità, eventuali difetti).

Gli schiavi nella società romana venivano classificati in:
servi pubblici, cioè di proprietà dello stato, come i banditori (praecones), i messi statali (viatores), o i custodi dei templi (aeditui);
familia rustica, cioè gli schiavi che lavoravano in campagna nelle villae;
familia urbana, ossia gli schiavi che lavoravano nelle case di città, con mansioni diverse come cucinare e pulire, oppure con mansioni di grande fiducia, come amministrare il patrimonio del padrone (erano i dispensatores o procuratores) o sovrintendere all’istruzione dei ragazzi di casa (erano i paedagogi).

Agli inizi della storia di Roma la vita degli schiavi era inumana: essi non potevano possedere nulla, non potevano opporsi a eventuali soprusi del padrone, non potevano sposarsi. Successivamente la loro condizione migliorò un poco: essi potevano, per esempio, essere affrancati (liberati) dal padrone e diventavano liberti; potevano sposare una donna scelta tra le schiave (in tal caso il matrimonio era definito conturbernium e la moglie conserva).

Il filosofo Seneca (4 a.C. – 65 d.C.), in controtendenza rispetto alla mentalità del suo tempo, sosteneva che tutti gli esseri umani sono uguali e, quindi, anche gli schiavi vanno trattati e rispettati con benevolenza. Tuttavia la schiavitù come istituzione sarebbe stata condannata soltanto con l’avvento del cristianesimo.