case romane: insulae e domus
Disegno ricostruttivo di una tipica domus romana

A Roma e nelle città italiche si distinguevano due tipi di case romane: le case dei poveri (le insulae) e le case dei ricchi (le domus). Com’erano strutturate le case romane? Come erano arredate?

La Roma imperiale era una città molto affollata, che nell’età di Augusto arrivò a contare circa un milione di abitanti. Un numero enorme se messo in rapporto ai livelli demografici dell’epoca.

Tolte le aree – vastissime – occupate da edifici pubblici, templi, palazzi imperiali, mercati e le ampie zone verdi dei giardini, lo spazio rimanente per le abitazioni era esiguo. E così tutti gli abitanti, ricchi o poveri che fossero, si adattavano a vivere addossati gli uni agli altri. Non esisteva la distinzione tra i quartieri «residenziali», riservati ai ricchi, e i quartieri «popolari»: abitazioni di lusso e squallidi tuguri si susseguivano lungo le stesse strade strette e tortuose. La città era cresciuta in modo tumultuoso e spontaneo, senza pianificazione.
Ma pur essendo spesso contigue, le case della gente comune e quelle dei ricchi erano come pianeti diversi.

A Roma e nelle città italiche più grandi, la maggior parte della gente viveva nelle insulae, «isole», grandi edifici a più piani (generalmente da tre a sei). I Romani più ricchi abitavano invece nelle domus, case indipendenti a uno o due piani. Nel I secolo d.C., sotto Vespasiano e Tito, il catasto di Roma contava 1797 domus contro ben 46.602 insulae.

Le insulae erano edificate uno addossata all’altra per risparmiare materiale nella costruzione di pareti; erano costruite con materiali scadenti, molte parti erano in legno, non vi era alcun rispetto delle norme igieniche e, soprattutto, erano privi di canne fumarie: tutti elementi che li rendevano soggetti a crolli e a incendi.
Al piano terra c’erano spesso dei locali adibiti a botteghe.

 

case romane: domus e insulae
Disegno di una tipica insula romana

Le insulae erano divise in tanti piccoli appartamenti che per lo più venivano dati in affitto (e anche in subaffitto, dividendo una stanza con tramezzi in legno e assegnandola a più famiglie). Gli appartamenti al primo piano avevano affitti più cari rispetto a quelli dei piani superiori: qui infatti in caso di crolli o incendi gli inquilini difficilmente avevano il tempo di mettersi in salvo.

Gli appartamenti delle insulae erano di vario tipo, ma quasi tutti erano angusti, bui e privi di servizi: la latrina e la fontana da cui attingere l’acqua, infatti, erano in comune a tutti i condomini.
Il mobilio era scarno: qualche sedia, delle cassapanche, degli sgabelli pieghevoli e dei tavoli. Le finestre non avevano vetri e spesso uno stesso locale fungeva sia da camera da pranzo che da camera da letto.
Promiscuità, disordine, sporcizia, rumori: questa era la vita negli alloggi popolari. Facevano solitamente eccezione gli appartamenti posti al primo piano, affittati a funzionari e impiegati. Spesso questi appartamenti erano dotati di ampi balconi ed erano allacciati all’acquedotto.

La domus, la casa cittadina dell’aristocratico, aveva invece una struttura più complessa.
Come già spiegava Vitruvio nel De architectura, la domus doveva mostrare il prestigio del suo proprietario, che vi svolgeva le attività pubbliche connesse al suo ruolo sociale. La casa doveva quindi avere, innanzitutto, ambienti di rappresentanza destinati a ricevere i clientes di ceto inferiore e i propri pari, con cui trattare di politica e affari.

Gli interni della domus erano coloratissimi e i colori erano sgargianti: azzurro, rosso, giallo ocra. Ovunque c’erano riquadri con figure mitologiche, piccoli paesaggi immaginari o decorazioni geometriche.

Un lungo muro perimetrale isolava la domus dal mondo esterno; non aveva balconi ma solo poche e piccole finestre meno trasparenti delle nostre: si usavano lastre di talco, mica o a volte anche vetro.

Alla domus si accedeva attraverso il vestibulum, un lungo corridoio in genere scoperto, ma a volte porticato e decorato da statue. Il vestibulum immetteva nell’atrio (atrium), uno spazio con al centro una vasca (impluvium) per la raccolta dell’acqua piovana, che vi arrivava da un’apertura nel soffitto (compluvium) e poi scaricata in una cisterna sotterranea. Ma l’implivium aveva anche una funzione ornamentale.

Nell’atrio si trovava anche un tempietto (Lararium) con le immagini degli antenati (Lares) che vegliavano sulla famiglia.

Dall’atrium si passava nel tablinum, uno spazio di rappresentanza in cui il proprietario, seduto su un seggio, riceveva i clientes, mentre in un’altra grande stanza, il triclinium, venivano ricevuti gli ospiti di riguardo durante i banchetti. Il triclinium prendeva il nome dai divani a tre posti usati dai commensali.

Le camere da letto (cubicula o dormitoria) erano piccole e buie; non c’erano finestre e per l’illuminazione si usava solo la debole luce delle lucerne. In zone più appartate si trovavano invece la cucina (culina), le dispense e le latrine (balneum o lavatrina). La cucina non aveva mai una collocazione precisa. A volte la si trovava in fondo a un piccolo corridoio, a volte in un sottoscala. I Romani non davano troppo importanza alla cucina: la consideravano un ambiente secondario, di servizio, in cui vi lavoravano gli schiavi, quindi non ci si preoccupava delle decorazioni, della comodità o degli spazi.

A destra e a sinistra dell’impluvium si aprivano le alae, ambienti in cui si svolgeva la vita quotidiana. Da una delle alae, in genere, si poteva accedere a un lungo spazio scoperto, l’hortus (il giardino), utilizzato per coltivare fiori e frutta: dal II secolo a.C. si diffonde invece, su modello ellenistico, l’uso del  peristilio (peristilium), un grande giardino porticato abbellito da fontane e da statute, con piante ornamentali, aromatiche e mediche, e poi fiori. E non di rado, tra le piante si potevano vedere anche animali veri come fagiani, colombi o pavoni.

Anche oggi il giardino o il terrazzo è uno spazio della casa molto ambìto. Soprattutto nella bella stagione, sono proprio il giardino, la piscina, la terrazza, il portico e tutti gli spazi senza pareti i luoghi dove vivere momenti piacevoli e rilassanti con amici e parenti.

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