de bello civili
De bello civili, Caio Giulio Cesare

Il De bello civili, costituito da tre libri, è un commentario.
I romani con il termine commentarius traducevano il greco hypòmnema, che non indica un genere lettarario, ma appunti, brevi rapporti politici militari o amministrativi inviati da un’autorità, annotazione di carattere privato. In seguito il commentarius venne ad assumere il carattere di una forma intermedia tra l’hypòmnema e la trattazione storica vera e propria.

Il De bello civili narra i due tragici anni di guerra civile (dal 1° gennaio 49 a.C fino alla fine del 48 a.C) tra Cesare e Pompeo (per un approfondimento clicca qui): il passaggio del Rubicone da parte di Cesare, l’inseguimento di Pompeo fino a Brindisi, la guerra contro le roccheforti pompeiane di Marsiglia e della Spagna, lo sbarco nell’Epiro, la momentanea sconfitta di Durazzo e la vittoria nella battaglia di Farsalo del 9 agosto del 48 a.C ed infine la fuga di Pompeo e il suo inseguimento fino ad Alessandria d’Egitto.

Al termine del De bello civili, Cesare è incerto: non è sicuro che la vittoria contro Pompeo sia definitiva; d’altronde la storia conferma che fino al 45 a.C con la battaglia di Munda le resistenze nemiche furono temute da Cesare.

La brusca conclusione del De bello civili induce alcuni a ritenere che l’opera sia stata scritta molto dopo il conflitto e pubblicata postuma; altri, invece, ritengono sia stata scritta immediatamente dopo la guerra civile, tra il 47 e il 46 a.C, per essere pubblicata nel 46 stesso, essendo l’opera un chiaro strumento politico.

La narrazione, a differenza del De bello gallico, non è annalistica e la struttura è più complessa, poiché più complesso è lo stesso argomento che Cesare si accinge a trattare: non c’è alcun nemico di Roma, nessun barbaro da sconfiggere, ma un civis, davanti al cui cadavere Cesare piange, per aver perso un concittadino. Cesare si presenta come il bonus civis che mai oserebbe calpestare il mos maiourum e le leggi di Roma. Ognuno ha i propri torti e le proprie ragioni e Cesare non vuole far altro che porre fine a una guerra che egli stesso non ha voluto e che ha evitato fino all’ultimo.

La finalità pratica e il carattere giustificatorio del De bello civili è più che chiaro: Cesare rassicura la cittadinanza del suo operato, rassicura i nobili e il ceto dei ricchi possidenti terrieri circa la sua fedeltà ai valori repubblicani.

Cesare è clemente verso i suoi avversari – arriva a rivestire alcuni, Bruto e Cassio ad esempio, di incarichi e onori vari – condiscendente nei confronti dei propri amici, mite e indulgente con le proprie truppe.

La clemenza è centrale nel De bello civili: sempre presente ma mai troppo esibita. Anche autori quali Svetonio o Plutarco, mai troppo benevoli nei confronti di Cesare, mettono in luce tale carattere del dittatore.
Cesare, poi, impedì che Pompeo fosse destinato alla damnatio memoriae (condanna all’oblio), facendo costruire statue dell’avversario: Cicerone, suo nemico, riteneva che in tal modo, Cesare avesse contribuito a far costruire quelle in suo onore.

Lo stile del De bello civili è semplice, di facile fruizione, celebrato da antichi e da moderni.
Lo scopo principale è garantire l’oggettività o l’obiettività di un testo il cui fine principale è la giustificazione di una guerra civile, a cui lo stesso Cesare aveva dato materialmente inizio, oltrepassando il Rubicone, confine sacro, e trasgredendo, quindi, un ordine del Senato.
A soddisfare tale esigenza l’uso del discorso indiretto e la terza persona.