de bello gallico
De bello gallico, Caio Giulio Cesare

Il De bello gallico di Gaio Giulio Cesare si compone di sette libri e narra la campagna intrapresa da Cesare in Gallia dal 58 al 52 a.C. (per un approfondimento leggi Cesare alla conquista della Gallia clicca qui). Un ottavo libro, in cui si racconta la fine delle vicende, fu aggiunto da Aulo Irzio, luogotenente di Cesare in Gallia, il quale diventerà console nel 43 a.C.

Il De bello gallico, come il De bello civili  è un commentario.

I Romani con il termine commentarius traducevano il greco hypòmnema, che non indica un genere lettarario, ma appunti, brevi rapporti politici militari o amministrativi inviati da un’autorità, annotazione di carattere privato. In seguito il commentarius venne ad assumere il carattere di una forma intermedia tra l’hypòmnema e la trattazione storica vera e propria.

Il De bello gallico ha una struttura annalistica: a ogni anno è dedicato un libro.

Il libro I tratta delle guerra contro gli Elvezi che, spinti dal loro capo Orgetorige, tentano di entrare in Gallia, minacciando la provincia romana e offrendo in tal modo a Cesare il pretesto per l’intervento militare. Nello stesso anno, Cesare fronteggia anche un gruppo di Germani che, chiamati dagli Arverni e dai Sèquani contro gli Edui, hanno passato il Reno guidati dallo svevo Ariovisto (58 a.C.).

Nel libro II sono raccontate le campagne contro i Nervi, popolo della Gallia Belgica, e i loro alleati (57 a.C.).

Nel libro III quelle contro le popolazioni della costa atlantica (56 a.C.).

Il libro IV tratta le imprese militari compiute in seguito a nuove infiltrazioni di popoli germani, gli Usìpeti e i Tèncteri, che avevano oltrepassato il Reno. Combattendo contro di loro, Cesare si spinge in una regione germanica, la Sicambria, e la devasta. Nello stesso anno compie la prima spedizione contro i Britanni, accusati di fornire appoggio ai Galli ribelli (55 a.C.).

Nel libro V è narrata la seconda spedizione in Britannia, dove Cesare combatte vittoriosamente contro Cassivellauno, e sono quindi descritte le operazioni in Gallia contro gli Eburoni e i Trèviri (54 a.C.).

Il libro VI tratta di una nuova rivolta contro i Romani: i Trèviri alleati con i Nervi, i Sènoni, i Càrnuti, i Menapii e i Germani, muovono contro Cesare, che li sconfigge e penetra in territorio germanico, battendo anche gli Svevi (53 a.C.).

Il libro VII è dedicato alla grande rivolta di tutte le popolazioni galliche capeggiate dal re degli Arverni, Vercingetorìge. Dopo molte battaglie e massacri, Cesare assedia Alesia e la espugna, facendo prigioniero Vercingentorige che vi si era rifugiato (52 a.C.).

Il De bello gallico viene pubblicato nel 51 a.C, l’anno successivo alla fine della campagna in Gallia. Una data di pubblicazione strategica per un’opera con un chiaro fine propagandistico: Cesare narrava ai Romani le avventure di cui era stato protagonista proprio quando si apprestava a chiedere la prorogatio del suo proconsolato, in via del tutto straordinaria, per poter arrivare alle elezioni consolari del 49 a.C ancora con il privilegio dell’immunità.

Il De bello gallico è la risposta, astutamente orchestrata, indirizzata a coloro che a Roma fomentavano l’ostilità contro un generale che si era arrogato il diritto di decidere autonomamente se e quando fare la guerra contro i nemici e di sfruttare una guerra a scopi esclusivamente personali, di successo e di carriera politico-militare. Se Cesare fosse tornato a Roma come privato cittadino, questi avrebbero potuto citarlo in giudizio.
E, allo scopo di garantire obiettività e di accrescere la veridicità dei fatti narrati, Cesare ricorre alla terza persona e allo stile descrittivo, piano e semplice.

Il De bello gallico nasce dai diari di campo di Cesare, da questi dettati ai suoi segretari o dai resoconti che gli giungevano dai propri legati impegnati in operazioni belliche sul territorio.
C’è chi ha pensato che Cesare stesso, nei momenti di quiete tra un conflitto e un’operazione diplomatica, avesse trovato il tempo di scrivere i particolari di quella spedizione, ma è un dato di fatto che il De bello gallico non può essere considerato uno scritto estemporaneo.

Nel De bello gallico emerge una certa curiosità per i popoli barbari, quel fascino dell’esotico con il quale Cesare cerca di catturare il lettore: ricorrono parametri descrittivi tradizionali, gli stessi che si riscontrano in Polibio, e perciò i barbari appaiono alti, possenti, coraggiosi, pronti all’ira e passionali, cialtroni e ricoperti d’oro; allo stesso tempo, Cesare descrive i tratti peculiari e originali delle singole tribù, sottraendosi all’archetipo generico del barbaro.

Anche le descrizioni geografiche nel De bello gallico sono dettagliate, probabilmente allo scopo di fornire ai mercanti preziose informazioni per i loro commerci oltre che spinto dalla convinzione che fosse necessario conoscere una terra per considerarla un proprio possedimento.