"Alea iacta est" pronuncia Cesare mentre attraversa il fiume Rubicone.

Alea iacta est, “il dado è tratto”, è la famosa frase pronunciata da Cesare il 10 gennaio del 49 a.C. secondo quanto riportato da Svetonio (70 d.C – 126 d.C.) nel suo De vita Caesarum.

Antefatto

Morto Crasso nella Battaglia di Carre (53 a.C.) in Mesopotamia, il Primo triumvirato era finito. Cesare e Pompeo entrano in lotta per il potere, mentre la città di Roma è preda di scontri sanguinosi tra le bande dei cesariani e gli oppositori di Cesare.
Il senato assegna a Pompeo un incarico senza precedenti, quello di console senza collega, vale a dire di console unico, perché il senato vuole utilizzare la forza di Pompeo contro Cesare.

La situazione si fa critica quando Cesare, allo scadere del mandato quinquennale in Gallia (per un approfondimento leggi Cesare alla conquista della Gallia clicca qui), chiede di tornare a Roma non come privato cittadino ma dopo essere stato nominato console, poiché teme di trovarsi esposto alle vendette del senato e di Pompeo. Il senato invece gli intima di sciogliere le legioni e di presentarsi a Roma da privato. Cesare si dichiara disposto a congedare le legioni se anche Pompeo congeda le sue: il senato, su pressione di Pompeo, dichiara Cesare nemico della repubblica. Non resta che la via delle armi: il 10 gennaio del 49 a.C. Cesare attraversa il fiume Rubicone (vicino a Rimini), violando così il pomerio di Roma, ossia il limite sacro del territorio che non si poteva varcare in armi. Mentre Cesare calpesta questa linea invalicabile con il suo esercito, pronuncia una celebre frase destinata a passare alla storia: alea iacta est, «il dado è tratto», cioè “non si pùo tornare indietro”. Cominciava una nuova guerra civile (49-45 a.C.).

49-45 a.C. – Una vittoria dietro l’altra

Pompeo, che si fida poco delle sue truppe poco esperte, con 200 senatori si rifugia in Grecia e qui organizza un nuovo esercito, grazie agli appoggi di cui gode in Oriente. Intanto Cesare, impadronitosi di Roma non lo insegue subito: prima si reca in Spagna, dove in pochi mesi sbaraglia le legioni fedeli a Pompeo; poi, agli inizi del 48 a.C., raggiunge la Grecia e sconfigge Pompeo a Farsalo, in Tessaglia. Pompeo fugge in Egitto, dove conta sull’appoggio del giovane re Tolomeo XIII: questi per ingraziarsi Cesare, lo fa uccidere. Cesare, però, giunto in Egitto, rimette sul trono la colta e affascinante Cleopoatra, sorella di Tolomeo, che l’aveva detronizzata.
Dopo un’altra rapida e vittoriosa campagna in Oriente contro Farnace, figlio del re del Ponto Mitridate, Cesare sconfigge gli ultimi pompeiani a Tapso (46 a.C.), in Africa, e a Munda (45 a.C.), in Spagna.

Il governo di Cesare

Intanto Cesare aveva dato una veste istituzionale al suo immenso potere di fatto, non creando nuove magistrature, ma concentrando quelle esistenti nelle proprie mani: Cesare fu console nel 48, 46, 45 e 44 a.C.; tribuno a vita a partire dal 48 a.C., dotato di poteri censori (ricordiamo che i censori avevano l’importante prerogativa di poter dichiarare indegno un senatore e di farlo decadere dal suo ruolo) dal 46 a.C. e, soprattutto, dal 48 a.C. ricoprì la dittatura, che dal 44 a.C. gli fu assegnata a tempo indeterminato, come già era stato per Silla; a questo si aggiungeva il pontificato massimo (la più alta carica nella religione romana) e gli venne anche concesso di fregiarsi della corona di alloro e del titolo di imperator.

Su queste basi di consenso e di potere, Cesare attuò una serie di riforme: miglioramento dell’amministrazione nelle province; aumento del numero di questori, edìli e pretori; estensione della cittadinanza a province o provinciali meritevoli; creazione di colonie di veterani fuori dell’Italia; apertura del senato a esponenti non appartenenti alla nobiltà romana; promozione di lavori pubblici per diminuire la disoccupazione del proletariato.

Una parte del senato e della nobiltà non aveva cessato di essere ostile a Cesare e i repubblicani lo vedevano come un tiranno e lo sospettavano di voler restaurare la monarchia. Anche se nel 44 a.C. Cesare rifiutò più volte i riconoscimenti di tipo regale che il console Marco Antonio gli offriva in mezzo alla folla acclamante, questo non fu sufficiente a rassicurare né i repubblicani né quei senatori che non tolleravano di veder ridotti il proprio ruolo e il proprio prestigio. Fu così ordita una congiura con il proposito di ristabilire l’ordinamento repubblicano: il 15 marzo del 44 a.C. (le idi di marzo, secondo il calendario romano) alcuni congiurati guidati da Marco Giunio Bruto, Decimo Giunio Bruto e Caio Cassio Longino pugnalarono a morte Cesare mentre si recava in senato.

La frase Alea iacta est è ormai proverbiale e viene citata quando si vuole sottolineare che si è presa una decisione dalla quale non si può recedere e delle cui conseguenze deciderà il destino.