Idi di marzo
Idi di marzo - uccisione di Cesare, Vincenzo Camuccini, 1789, Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte.

Idi di Marzo – L’assassinio di Giulio Cesare alle Idi di Marzo, vale a dire il 15 marzo, del 44 a.C. è compiuto quando egli si trovava all’apice del potere ed era scampato ai mille pericoli della guerra.

Il complotto contro l’allora dittatore a vita maturò nell’ambiente dell’aristocrazia romana conservatrice, che temeva di perdere il controllo dello Stato. Quello di Giulio Cesare, in effetti, era già un principato di fatto, poiché il potere effettivo sia sull’esercito sia sulla vita civile dipendeva interamente dalla sua volontà, sebbene egli ancora lo esercitasse nel rispetto formale delle leggi. Aveva poi preteso tanti onori, come ad esempio un seggio più alto di quello riservato agli altri senatori.
Inoltre nominò magistrati al di fuori delle normali procedure, concesse la cittadinanza a Galli semibarbari, affidò ai suoi servi delicate funzioni. Non rinunciava inoltre a fare affermazioni che a molti apparivano tracotanti; per esempio che la repubblica non era altro che un nome senza corpo. Soprattutto lasciò interdetti il fatto che non disdegnasse il titolo di re, anche se, nelle feste Lupercali, più volte aveva rifiutato i riconoscimenti di tipo regale che il console Marco Antonio gli offriva in mezzo alla folla acclamante.

Alle Idi di Marzo, Cesare si presentò in Senato, nonostante numerosi prodigi avversi. Lo storico greco Plutarco (II secolo d.C.), ad esempio, in Vita di Cesare riporta una storia da molti raccontata: un indovino aveva predetto a Cesare, qualche tempo prima, di stare in guardia, perché un grave pericolo lo minacciava nel giorno delle Idi di Marzo. Le Idi vennero, e Cesare, mentre usciva di casa per recarsi in Senato, salutò l’indovino e gli disse ridendo: “Ebbene? Le Idi di Marzo sono arrivate”; l’indovino gli rispose quietamente: “Sì sono arrivate, ma non sono ancora trascorse” […].
Si diceva anche che poco prima di entrare in Senato un uomo gli avesse passato un biglietto in cui si denunciava la congiura contro di lui, ma che per fatalità Cesare non l’avesse aperto.

Tra i congiurati, alcuni appartenevano ai sostenitori di Pompeo, a cui generosamente Cesare aveva risparmiato la vita e gli averi; altri invece erano suoi vecchi amici, mossi da intenti diversi (chi da invidia, chi da rancori personali, chi da un disinteressato attaccamento alla costituzione repubblicana). Tra loro un posto di primo piano era occupato da Marco Giunio Bruto, che Dante metterà nell’Inferno, canto XXXIV, assieme a Caio Cassio, altro congiurato.
Marco Giunio Bruto, pur avendo combattuto al fianco di Pompeo, era stato riammesso nella fiducia di Cesare, il quale gli aveva poi affidato importanti incarichi di governo e lo aveva persino nominato suo erede nel testamento privato (secondo alcune voci, non confermabili, Bruto era un figlio segreto di Cesare avuto dalla matrona Sempronia).

A questo punto riportiamo il racconto dello scrittore romano di età imperiale Svetonio (70-126) dal suo De Vita Caesarum:

«I congiurati si misero attorno a lui quando sedette, come se volessero onorarlo; e subito Cimbro Tillio, che aveva preso l’iniziativa, si avvicinò a lui come se avesse intenzione di chiedergli qualcosa e, dal momento che faceva cenno di no e con il gesto rinviava la questione in un altro momento, gli afferrò la toga da entrambe le spalle. Poi, mentre Cesare gridava: “Questa è violenza!”, uno dei Casca lo ferì un po’ sotto la gola. Cesare afferrò il braccio di Casca e lo trafisse con uno stilo e, dopo aver tentato di correre in avanti, fu trattenuto da un’altra ferita. E quando s’accorse di essere assalito da ogni parte con pugnali sguainati, si avvolse il capo con la toga e nel tempo stesso con la mano sinistra portò giù le pieghe fino ai piedi, per cadere in modo più decoroso dopo aver velato anche la parte inferiore del corpo. E così fu trafitto da ventitré pugnalate, e solo al primo colpo emise un gemito senza dire una parola; anche se alcuni hanno tramandato che a Marco Bruto, mentre lo assaliva, abbia detto:”Anche tu, figlio?”.
Giacque a terra privo di vita per un po’ di tempo, mentre tutti fuggivano, finché tre giovani schiavi, dopo averlo posto su una lettiga con un braccio che pendeva, lo riportavano a casa. In tante ferite, come riteneva il medico Antistio, nessuna fu trovata letale tranne quella che aveva ricevuto nel petto al secondo colpo».

Nello stesso giorno, alle Idi di Marzo del 44 a.C., Cicerone, raggiante di felicità, scrisse una brevissima lettera a uno dei congiurati, Lucio Minucio Basilo, esprimendogli la gioia che gli pervadeva l’animo: il tiranno finalmente era caduto; si ritornava a vivere, non c’era più il despota che pretendeva di decidere per tutti.

Cicerone forse sperava che la morte di Cesare potesse condurre a una rigenerazione della repubblica, forse sognava di essere lui il princeps prescelto a cui sarebbe stata affidata, l’uomo che avrebbe liberato Roma dalla crisi ridandole nuova linfa.

Il grande oratore non capiva quali potenti forze si agitassero nella politica romana. Se ne rese conto un anno e mezzo dopo le Idi di Marzo, quando i sicari di Marco Antonio lo raggiunsero e lo uccisero a Formia. La morte di Cicerone sul sito di Studia Rapido.