acquedotti romani
Acquedotto romano - Tarquinia

Strade, ponti e acquedotti dimostrano le grandi abilità tecniche e ingegneristiche dei costruttori romani. È al censore Appio Claudio Cieco che si attribuisce, nel 312 a.C., l’inizio della costruzione della via Appia e del primo tra gli acquedotti, quello dell’Aqua Appia, che sfruttava sorgenti situate tra il VII e l’VIII miglio della via Prenestina. Il condotto era quasi completamente sotterraneo e correva anche a considerevole profondità, per una lunghezza complessiva di circa 17 chilometri.
Seguirono molti altri acquedotti, che avrebbero raggiunto, nel III secolo d.C., il numero di undici.

La lunghezza degli acquedotti variava con la distanza tra la sorgente e la città, e poteva superare l’impressionante distanza di 100 chilometri. Per mantenere la pendenza necessaria allo scorrimento dell’acqua, la costruzione doveva adattarsi alla conformazione dei suoli, mediante il ricorso a soluzioni tecniche diversificate.

Dalle sorgenti l’acqua veniva convogliata in un canale impermeabile e provvisto di copertura. Nei tratti quasi pianeggianti (un pendio anche minimo era indispensabile) il canale poteva passare sotto terra, ma quando occorreva superare una gola o un improvviso avvallamento, era necessario far scorrere l’acqua a una quota più alta. In questi casi, i Romani ricorrevano a una tecnica nella quale furono maestri insuperati: quella delle strutture ad arco poggiate su robusti piloni in muratura. Si costruiva, in altre parole, un ponte ad arcate, sopra il quale non transitavano gli esseri umani ma l’acqua.

Avvallamenti più lievi venivano superati per mezzo di sifoni, che sfruttavano il principio dei vasi comunicanti. Quando la pendenza era molto forte, per evitare che l’acqua scorresse con eccessiva violenza nei condotti, la corrente veniva spezzata mediante piccole cascate; l’acqua era quindi convogliata entro serbatoi, che permettevano di riprendere una pendenza più lieve e regolare.

Di fronte a ostacoli costituiti da colline o montagne non si esitava a ricorrere al traforo, malgrado i suoi altissimi costi.

Lungo il percorso degli acquedotti erano inoltre dislocate vasche provviste di filtri, per depurare l’acqua dai detriti. Giunta a destinazione, l’acqua era raccolta in grandi serbatoi di distribuzione, per essere quindi ripartita, attraverso tubature in piombo o in terracotta, in tre utenze principali: 1) i bacini e le fontane pubbliche; 2) le terme; 3) i consumatori privati.

Le fontane pubbliche, che avevano getto continuo e costante, erano dislocate in genere nei pressi degli incroci stradali, a breve distanza l’una dall’altra, per non rendere troppo faticoso il trasporto alle case. Infatti le abitazioni della gente comune non avevano l’acqua diretta. Ai consumatori privati, l’uso diretto dell’acqua era permesso solo dietro concessioni a pagamento regolate da norme precise. Poiché il canone era elevato, solo i cittadini benestanti potevano goderne.

Esisteva un’amministrazione delle acque (la cura aquarum), con addetti che si occupavano della manutenzione degli impianti e del rispetto delle norme sulla distribuzione. Tenere in piena efficienza gli acquedotti richiedeva un impegno continuo, per la manutenzione ordinaria (ad esempio la ripulitura dei canali e delle vasche dal calcare e dai detriti) e per i ripetuti restauri. Ai danni provocati dagli agenti atmosferici e dall’usura fisiologica degli impianti, si aggiungevano quelli inferti dagli abusi. Infatti, malgrado le punizioni minacciate dalla legge, molti cercavano di allacciarsi illecitamente alla rete pubblica, anche a costo di perforare le condotte.