Schiavitù e abolizione. Ma è davvero finita?

1817
schiavitù

Si definisce schiavitù l’istituzione sociale e giuridica che prevede il possesso e lo sfruttamento di schiavi, e schiavismo un sistema sociale ed economico fondato sulla schiavitù.

Il termine schiavo deriva da slavus, “slavo”, e indica un individuo privo di personalità giuridica e civile, detenuto in proprietà privata da un altro individuo legittimato a disporne liberamente e a sfruttarne il lavoro.
Il termine fu introdotto dai veneziani, che a partire dal IX secolo d.C. gestirono una fiorente importazione dall’Oriente di slavi ridotti in servitù. In precedenza si usava il termine latino servus.

La schiavitù è pressoché esistita in tutte le società antiche. Presso i popoli antichi la schiavitù era una risorsa; nessuno si soffermava a interrogarsi se fosse giusto o meno possedere un altro individuo e utilizzarlo a proprio piacimento.

Il grande filosofo Aristotele (III secolo a.C.) nella sua opera intitolata Politica sostiene la legittimità della schiavitù: la natura stessa ci mostra – sostiene Aristotele – che alcuni esseri sono superiori, altri inferiori. Destinati dalla natura a comandare sono gli individui che utilizzano l’intelligenza, la qualità che più differenzia l’uomo dall’animale: solo gli uomini sono pienamente padroni di se stessi. Gli altri, quelli che usano il corpo più che la mente, è giusto che abbiano un padrone. Lo schiavo, per Aristotele, è uno «strumento animato». Ed è ancora la natura a mostrarci quanto sia giusto questo principio dotando gli schiavi di un corpo robusto, adatto ai lavori; un corpo che i padroni non hanno perché non serve nella vita politica, che per Aristotele è la fondamentale attività umana. Il suo parere sarà citato fino all’800.

Come tutte le società antiche, anche il sistema economico di Roma era basato sullo schiavismo, cioè retto sul lavoro degli schiavi (sul sito Studia Rapido leggi Schiavi romani).

Anche la Chiesa non condannava la schiavitù. Teologi come Agostino d’Ippona (III secolo d.C.) e Tommaso d’Aquino (XIII secolo d.C.) la giustificarono considerandola una punizione per il peccato originale e un atto obbligatorio di obbedienza di un subordinato a un suo superiore.

La schiavitù in Europa diminuì progressivamente durante il Medioevo. Il frazionamento della proprietà terriera contribuì all’instaurazione di un nuovo rapporto di dipendenza tra il signore e i contadini, il servaggio, fondato su obblighi reciproci rispetto a un terreno e non sul possesso diretto del subordinato.

Con l’affermazione del sistema feudale, l’Europa smise di essere una società schiavista in senso stretto, perché il sistema economico non era più basato sulla schiavitù. Il commercio di uomini però era ancora praticato in tutto il Mediterraneo: città italiane come Genova e Venezia gestivano la tratta delle popolazioni slave; gli arabi in espansione nella penisola iberica procedevano invece ad asservire i cristiani conquistati, prima di essere a loro volta asserviti con la Reconquista.

Poi, nel Cinquecento gli europei diedero inizio alla tratta degli schiavi: nel corso del Cinquecento furono deportati dall’Africa 650 000 schiavi; nel Seicento salirono a 1 milione e mezzo; nel XVIII secolo furono 5 800 000.

Fu il Settecento a segnare la svolta con il pensiero illuminista. Montesquieu, Voltaire e Rousseau e altri importanti esponenti dell’Illuminismo francese si espressero con chiarezza sull’inaccettabilità della schiavitù, considerando la libertà dell’uomo un diritto inalienabile, cioè impossibile da vendere o trasferire ad altri.

Nel 1770 Gran Bretagna, Francia e Portogallo soppressero la schiavitù nei territori metropolitani europei, ma continuò a prosperare nelle colonie. Soltanto con la Rivoluzione Francese e dopo la rivolta ad Haiti, essa fu abolita nelle colonie francesi (1794), ma Napoleone la ripristinò nel 1802. Egli non potè però fermare il movimento abolizionista che per tutto il XIX secolo svolse un ruolo determinante nell’influenzare l’opinione pubblica europea e nordamericana contro il sistema schiavista.

Si adottarono veri e propri provvedimenti di abolizione della schiavitù in Gran Bretagna (1833); Francia e Olanda (1848); Stati Uniti (1863, e nel 1865 l’abolizione della schiavitù divenne parte del XIII emendamento della Costituzione); Cuba e Portorico (1870); Brasile (1888).

Nel 1926 la Società delle Nazioni deliberò la fine della schiavitù e della tratta. In realtà essa esistette ancora per altro tempo in alcuni paesi: in Abissinia fino al 1936; in Tibet fino al 1959; in Mauritania, l’ultimo paese ad abolire ufficialmente la schiavitù, fino al 1980.

Ma la schiavitù è davvero finita? – Oggi la schiavitù come istituzione giuridica non esiste più. All’articolo 4, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948) afferma: «Nessuno dovrà essere tenuto in schiavitù; la schiavitù e il commercio di schiavi devono essere proibiti in ogni loro forma».

Ma questo non vuol dire che non esistano più schiavi. Ancora oggi milioni di persone vivono sotto il dominio di altri individui. Tra questi vi sono donne costrette alla prostituzione e spesso oggetto di una vera e propria tratta, o bambini, rapiti o venduti dai genitori per svolgere lavori faticosi o degradanti, o destinati alla prostituzione.

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