Voltaire
Voltaire ritratto da Maurice Quentin de la Tour (1737-1740 ca.)

François-Marie Arouet, detto Voltaire, nasce a Parigi il 21 novembre 1694.
Educato in un collegio di gesuiti, è introdotto assai giovane nella vita dell’aristocrazia cortigiana francese, ma una disputa con un nobile lo porta alla Bastiglia.

Tra il 1726 e il 1728 vive a Londra e assimila la cultura inglese del tempo. E gli aspetti di questa cultura si ritrovano nelle Lettere filosofiche, dove insiste particolarmente sui temi che saranno propri della sua attività filosofica, storica, letteraria e politica: difende la religiosità dei Quaccheri, puramente interiore e aliena da riti e cerimonie; mette in luce la libertà politica ed economica di cui gode il popolo inglese; analizza la letteratura inglese, traducendone poeticamente dei passi; esalta la filosofia inglese di Bacone, Locke e Newton.

Dal 1734 Voltaire vive a Cirey, presso la sua amica Madame de Châtelet. Questi sono gli anni più fecondi della sua produzione: pubblica numerose opere letterarie, filosofiche e fisiche: Trattato di metafisica, Elementi della filosofia di Newton, la Metafisica di Newton.

Nel 1749 accetta l’ospitalità di Federico di Prussia, dove rimane circa tre anni. Dopo la rottura dell’amicizia con Federico e varie altre peregrinazioni, si stabilisce nel castello di Ferney. Qui continua instancabilmente la propria attività, grazie alla quale diviene il punto di riferimento dell’Illuminismo europeo e il difensore della tolleranza religiosa e dei diritti dell’uomo: significativo è, a questo proposito, il Trattato sulla tolleranza, in cui Voltaire volge un accorato appello alla tolleranza fra tutti gli uomini.

A 84 anni torna a Parigi, per dirigere la rappresentazione della sua ultima tragedia Irene e viene accolto con onori trionfali. Muore il 30 maggio 1778.

Voltaire ha scritto poemi, tragedie, saggi di storia, romanzi, nonché opere di fisica e di filosofia.

Nei suoi scritti adopera l’umorismo, l’ironia, la satira, il sarcasmo, l’irrisione aperta o velata contro la metafisica e le credenze religiose tradizionali.

Nel Micromega (1752) Voltaire presenta l’uomo come il centro e la fine dell’universo ed esprime la relatività delle sensazioni, superabile solo grazie all’oggettività e al rigore del calcolo matematico.

Nel Poema sul disastro di Lisbona (1756) Voltaire dichiara l’ottimismo metafisico un’insulto ai dolori della vita a favore di una visione più amara e disincantata, animata dalla speranza di un avvenire migliore ad opera dell’uomo. Questa è una critica evidente contro Leibniz che si riscontra anche in Candido o l’ottimismo: il giovane Candido affronta varie peripezie che mettono a dura prova il suo ottimismo. Mette di fatto in ridicolo ogni spiegazione finalistica e provvidenzialistica della realtà: il maestro Pangloss riesce a giustificare – in una parodia del pensiero di Leibniz – anche il più negativo avvenimento con un tutto va per il meglio nel migliore dei mondi possibili.

Voltaire è convinto che esista il male così come esiste il bene e che sia una realtà difficile a spiegarsi con i lumi della ragione umana. Allo stesso tempo, egli ritiene che l’uomo debba riconoscere i limiti della propria condizione non per lamentarsene, ma per riuscire ad accettarla serenamente.
Voltaire accetta l’imperfetta condizione dell’uomo come la sola possibile, a cui non ci si può sottrarre: «Se l’uomo fosse perfetto, sarebbe Dio».
E’ dunque del tutto inutile disperarsi per il fatto di conoscere poco o niente; altrettanto varrebbe disperarsi per non avere quattro piedi o due ali.

Voltaire si colloca all’interno del filone deista e di una religione naturale. Egli ammette l’esistenza di un dio universale che si rivela alla ragione di tutti gli uomini. E da questo concetto deriva il principio della tolleranza.

La tolleranza è il frutto di un’ incessante lotta contro l’oscurantismo e il fanatismo e può scaturire solo da una fede purificata di dogmi e riti particolari e ricondotta ad alcuni principi semplici, condivisibili da tutti.

Voltaire critica le violente dispute teologiche nelle quali gli uomini usano le presunte verità di Dio contro altri uomini e smaschera la superbia delle religioni storiche, che fanno credere all’uomo di essere il centro del mondo e l’unico destinatario del progetto divino. Solo accettando il carattere relativo delle nostre convinzioni è possibile apprendere la difficile pratica della tolleranza e comprendere il valore positivo della diversità.


Quello di Voltaire è un invito alla fratellanza, all’accettazione della diversità, alla lotta contro l’odio teologico e contro il fanatismo, alla pratica di una religione concepita come un impegno verso l’altro:

«Che cos’è la tolleranza? E’ l’appannaggio dell’umanità. Siamo tutti impastati di debolezze e di errori perdoniamoci reciprocamente le nostre sciocchezze, è la prima legge di natura». (Da Dizionario filosofico, “Tolleranza”, 1764, Voltaire).

Voltaire ha una concezione della storia come progresso. Prima di tutto è necessario liberare la storia dal fanatismo, dallo spirito romanzesco e dalla credulità: la filosofia è lo spirito critico che si oppone alla tradizione e distingue il vero dal falso. E’ indispensabile, poi, scegliere tra i fatti stessi, i più importanti e significativi per delineare la storia dello spirito umano.
La storia diventa storia dell’Illuminismo, del rischiaramento progressivo che l’uomo fa di se stesso, della progressiva scoperta del suo principio razionale.

Voltaire, assieme a Montesquieu e Rousseau, è tra coloro che propagandarono e divulgarono le idee dell’Illuminismo.