Il Candido di Voltaire, riassunto e analisi

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Il Candido di Voltaire
Voltaire ritratto da Nicolas de Largillière, 1724-1725, Institut et Musée Voltaire

Candido o l’ottimismo (Candide ou l’optimisme) di Voltaire apparve anonimo all’inizio del 1759, come traduzione dal tedesco del “Signor dottor Ralph”. Ebbe subito grande fortuna. Contò infatti tredici edizioni nello stesso anno di pubblicazione, stimolate anche dallo scandalo suscitato (il libro poco dopo l’uscita fu posto all’Indice dei libri proibiti dalla Chiesa).

Candido di Voltaire si compone di trenta brevi capitoli. Presenta una rapida struttura lineare, scandita dalle tappe del viaggio di Candido, il protagonista.

Riassunto della trama del Candido di Voltaire

Nel castello di Thunder-ten-tronckh, in Vestfalia, vivono felici Candido, madamigella Cunegonda, figlia del barone, e Pangloss, insegnante di «metafisico-teologo-cosmoscemologia». Pangloss, fedele discepolo di Leibniz, è convinto che «siccome tutto è creato per un fine, tutto è necessariamente per il migliore dei fini».

Cunegonda scopre Pangloss tra i cespugli con Paquette, la cameriera, e imita subito l’esperienza abbracciando Candido dietro un paravento. Il signor barone li sorprende e Candido è cacciato a pedate nel sedere dal migliore dei castelli possibili.
Incominciano così le peregrinazioni di Candido. Egli passerà attraverso una serie impressionante di disavventure, prima fra tutte l’esperienza della guerra.

Nel suo viaggio Candido è accompagnato da Pangloss, sfuggito alla distruzione del castello ma non alla sifilide che lo sfigura. Pangloss trova sempre il modo di giustificare i mali suoi e del mondo come «cosa indispensabile nel migliore dei mondi».

In rapida successione, il viaggio di Candido lo porta a sperimentare catastrofi naturali (la tempesta, il terremoto di Lisbona del 1755) e persecuzioni umane (l’Inquisizione). A Lisbona Candido incontra una vecchia che lo conduce da Cunegonda. Questa, come Candido, ha vissuto la sua parte di peripezie, dallo stupro alla vendita a un banchiere ebreo.

Insieme a Cunegonda e alla vecchia (nel frattempo l’Inquisizione ha impiccato Pangloss), Candido s’imbarca a Cadice per il Paraguay. Durante il viaggio, la vecchia racconta la sua vita, le barbarie e le violenze subite.

A Buenos Aires Candido è ancora una volta separato da Cunegonda. Guidato dal servo Cacambò, passa dal regno dei gesuiti; è catturato da una tribù di antropofagi e, dopo tante sventure, finalmente giunge nel paese dell’Eldorado, il regno della felicità. Qui Candidio e Cacambò passano di meraviglia in meraviglia. Dopo un mese, però, pur felici decidono di «non più esserlo» e ripartono alla ricerca di Cunegonda.

Candido, incaricato Cacambò di riscattare Cunegonda, dà a questi appuntamento a Venezia. Disperato per la malvagità umana cerca come compagno di viaggio il più infelice uomo della regione. Entra così in scena Martin, il filosofo pessimista, tutto l’opposto di Pangloss.

Dopo altre istruttive esperienze fatte a Parigi e in Inghilterra, Candido, consapevole ormai dei numerosi vizi umani, giunge a Venezia. Qui non ritrova Cunegonda ma Paquette, la vecchia amante di Pangloss, divenuta prostituta; è raggiunto da Cacambò, ridotto in schiavitù e senza Cunegonda. Insieme a questi e a Martin, Candido si imbarca per Costantinopoli, dove Cunegonda è schiava di un avventuriero.

Sulla nave Candido riconosce, in due forzati incatenati ai remi, il fratello di Cunegonda e il filosofo Pangloss. Pangloss era stato male impiccato e ritenuto morto; venduto a un chirurgo per essere sezionato, alla prima incisione, cacciato un urlo, si risveglia.
Li riscatta entrambi e tutti quanti giungono in Turchia, dove sulle rive della Propontide, trovano Cunegonda brutta e invecchiata. Candido la libera e pur controvoglia la sposa (ma prima ha riconsegnato alla galera il fratello di lei perché si opponeva al matrimonio).

Insieme al resto della compagnia, Candido si stabilisce in una piccola fattoria. Qui solo Cacambò è spossato dal lavoro, gli altri non fanno altro che ragionare e si annoiano a morte.

Intanto a Costantinopoli si succedono colpi di stato e congiure di palazzo. Candido, Pangloss e Martin sono sempre più insoddisfatti. Decidono allora di consultare un derviscio, cioè un membro di una confraternita musulmana, per trovare una risposta al problema del male e al senso della vita. La risposta del derviscio è un invito perentorio al silenzio, a rinunciare a porsi i problemi insolubili («Che cosa bisogna fare allora? disse Pangloss. Tacere, disse il dervì»).

Delusi dal derviscio, essi trovano una soluzione nella saggezza pratica di un vecchio contadino che i tre incontrano sulla via del ritorno e che li accoglie nella propria casa: «Non posseggo che venti jugeri […] li coltivo coi miei figli; il lavoro ci tiene lontani tre grandi mali: la noia, il vizio e la miseria». Queste parole sembrano mettere tutti d’accordo, compresi l’ottimista Pangloss e il suo antagonista, il pessimista Martin. Candido e tutta la compagnia decidono allora di “coltivare il proprio orto”.

Analisi del Candido di Voltaire

Il Candido di Voltaire trova la sua origine nel terribile terremoto che il 1° novembre 1755 distrusse la città di Lisbona, causando migliaia di morti. La catastrofe scosse profondamente l’opinione pubblica del tempo e contribuì a dare un duro colpo all’ottimismo metafisico di matrice leibniziana.
L’obiettivo polemico del Candido di Voltaire è proprio l’infondato ottimismo della teodicea leibniziana, secondo cui Dio ha creato «il migliore dei mondi possibili».

La tesi di Leibniz non è confutata con argomenti filosofici. Si ricorre infatti alla beffa e al sarcasmo, attraverso il racconto delle molteplici, tragicomiche peripezie che il giovane Candido di Voltaire affronta; esse contribuiscono inoltre a evidenziare quanto l’umanità sia miserabile e priva di possibilità di riscatto.

Eppure Candido è pronto ogni volta a illudersi che tutto stia andando per il meglio. L’ingenuo ottimismo del protagonista è rafforzato dalle lezioni del precettore Pangloss. Questi «dimostrava in modo mirabile» che nel mondo «tutto è bene» e nessun male viene per nuocere.

La soluzione di Voltaire all’antica questione del male giunge al termine del romanzo. Le due risposte, infatti, quella del derviscio e quella del contadino, il silenzio e il lavoro, sono in un certo senso complementari. Alla ragione filosofica è opposta la ragione pratica.

Non si tratta tanto di agire senza pensare, o ancora meno di rinunciare ad agire, ma di agire per cominciare a pensare diverso. Lamentarsi non risolve i problemi, bisogna invece agire iniziando dal “proprio orto” per poi spostare l’impegno nelle battaglie civili (Trattato sulla tollerenza).

Solo attraverso il lavoro concreto, l’impegno pratico e la coerenza tra pensiero, parola e fatti, lontani da ogni vana retorica o presunzione di verità, è possibile ristabilire un senso possibile all’esistenza umana.

Candido di Voltaire è tra le sue opere più conosciute. Un’opera che ha raggiunto un vasto pubblico, grazie a numerosi adattamenti scenici, musicali e cinematografici. Ha ispirato celebri pittori, come Paul Klee:

Il candido di Voltaire illustrato da Paul Klee nel 1911
Illustrazione del Candido di Voltaire di Paul Klee, nel 1911

Al Candido di Voltaire si rifà l’omonimo romanzo del 1977 dello scrittore italiano Leonardo Sciascia.

 

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