Matrimonio e divorzio nella Grecia Antica

Nell’antica Grecia, le ragazze erano promesse in spose in età infantile dai parenti maschi. Il matrimonio, di regola, aveva luogo tra i quattordici e i sedici anni con uno sposo molto più grande, sulla trentina.
Il matrimonio era determinato da ragioni di tipo patrimoniale e sociale. Ad esempio la necessità di mantenere intatto il patrimonio familiare oppure il desiderio di stabilire legami economici con altre famiglie. In ogni caso i matrimoni erano determinati da scelte di altri e non dagli sposi, e meno che mai della sposa.

Il matrimonio era diviso in tre tappe diverse, anche cronologicamente distanti.
Il primo momento era chiamato engysis. Si trattava di una promessa pronunciata oralmente molti anni prima dell’inizio del matrimonio, da parte dei parenti maschi degli sposi. Non era giuridicamente vincolante, ma, data l’importanza che rivestiva presso gli antichi la parola pronunciata in modo solenne, sottrarsi ad essa avrebbe comportato sanzioni da parte degli dèi.

Il secondo momento era chiamato ékdosis. Consisteva nella consegna da parte del genitore della figlia allo sposo e nello scambio di doni nuziali. Uno di questi doni era la proix. La proix era la dote che il padre della ragazza doveva consegnare al genero. In caso di divorzio il marito doveva restituirla per intero. In questo modo la donna sarebbbe stata “un buon partito” per un nuovo matrimonio. In caso di morte della sposa la dote andava ai figli. In caso di assenza dei figli la dote ritornava alla famiglia di origine.

Il terzo momento era chiamato gámos. Il gámos consisteva nella coabitazone degli sposi e nella consumazione del matrimonio. Le cerimonie che accompagnavano il gámos duravano tre giorni.

Il primo giorno il padre della sposa faceva sacrifici agli dèi. La futura sposa offriva le sue bambole e i giochi dell’infanzia in voto alla dea Artemide. Faceva poi un bagno purificatore.

Il secondo giorno il padre della sposa offriva, nella sua casa decorata da ghirlande di foglie di olivo e di alloro, un banchetto di nozze. Al banchetto partecipava velata la sposa, con una corona in testa. Attorno a lei le amiche e la nimpheutria. Questa era una donna che la assisteva nella cerimonia del matrimonio. Il fidanzato invece era assistito dal parochos.
Donne e uomini a pranzo erano separati. Si mangiavano cibi tradizionali, per esempio i dolci di sesamo ritenuti garanzia di fecondità.
Al termine del banchetto, la sposa su un carro era accompagnata nell’abitazione dello sposo. Un lungo corteo di amici e parenti seguiva il carro cantando imenei, canti nuziali.
Accolta dai suoceri sulla porta di casa con simboli di fertilità (miele, datteri, mela cotogna), la sposa veniva condotta nella camera nuziale. Un amico sorvegliava la porta chiusa, mentre gli altri proseguivano i canti.

Il terzo giorno, nella nuova casa, la sposa riceveva i doni nuziali.

L’aspetto più penoso della vita matrimoniale della donna era la rigorosa limitazione della sua vita a una sfera privata. Rinchiusa nel gineceo, la parte più interna della casa, le cui porte venivano chiuse a chiave di notte e nella quale gli uomini non avevano accesso, la donna non aveva alcuna possibilità di incontrare persone diverse dai familiari. Pochissime erano le occasioni per uscire. Ella poteva prendere parte solo ad alcune cerimonie religiose e ai riti funebri. Le spese venivano fatte dagli uomini o dagli schiavi, e solo se l’acquisto era personale, come una veste o le calzature, la donna sposata poteva uscire, ma seguita da un’accompagnatrice.

Molte le testimonianze letterarie in questo senso. Nella tragedia Sette contro Tebe, Eschilo, in più luoghi, mette in bocca a Eteocle parole che rasentano il razzismo sessuale: «Oltre il limite della soglia ogni cosa spetta all’uomo, la donna non ci deve mettere bocca», vv. 200 s.
Anche Sofocle nell’Aiace (v. 293) si esprime in questi termini riguardo a Tecmessa: la donna deve tacere e non interessarsi di questioni importanti.

Le mogli vedevano molto poco i mariti al di fuori del letto coniugale (spesso moglie e marito non dormivano neppure insieme), mangiavano di rado nella stessa tavola: le donne, infatti, erano solite consumare i pasti nel gineceo. Quando il marito invitava a casa gli amici, la moglie non poteva presentarsi nella sala del banchetto e partecipare al simposio. Allo stesso modo non poteva accompagnare il marito quando era invitato da un amico.

La moglie, infine, non doveva neanche contare sulla fedeltà del marito. Il marito infatti poteva intrattenere relazioni con un altro uomo, secondo un costume greco molto diffuso, o con altre donne come le concubine e le etere (per un approfondimento leggi La donna ateniese, non sempre madre e moglie clicca qui).

La moglie, quindi, era considerata essenzialmente per il suo ruolo di custode della casa e per la sua funzione riproduttiva. Funzione molto rischiosa, più rischiosa della guerra per gli uomini: infatti nella Grecia classica (V-IV secolo a. C.) l’età media era di circa 45 anni per gli uomini e 35 per le donne. Uno dei motivi della mortalità femminile era appunto il parto! (Per un approfondimento leggi Partorire e Nascere nella Grecia Antica clicca qui).

Se il rapporto matrimoniale non funzionava era consentito il divorzio. L’uomo poteva mandare via la donna di casa senza alcuna formalità. La donna, invece, sostenuta dal padre o da un altro parente maschio (in quanto non le era riconosciuta personalità giuridica), doveva rivolgersi all’arconte e presentargli una dichiarazione scritta con i motivi della richiesta di separazione. L’arconte accordava il divorzio non in caso di infedeltà (la libertà sessuale del marito, come detto, era tollerata), ma in caso di maltrattamenti e percosse accertati! Ma erano davvero poco numerosi i casi di divorzio su richiesta femminile. Anzi, Plutarco racconta che Alcibiade impedì addirittura alla moglie Ipparete, che, stanca del marito, era andata a vivere dal fratello, di rivolgersi all’arconte per la richiesta di separazione e la riportò a casa (Vita di Alcibiade 8,5).

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