La donna ateniese
Il corteo nuziale (V secolo a.C.)

La donna ateniese era madre, moglie e figlia di cittadino ma era esclusa dalla cittadinanza. Di conseguenza era esclusa dal diritto/dovere di partecipare alla vita politica. (Leggi Democrazia ieri e oggi)
La donna ateniese non era ammessa a scuola, e soltanto in qualche raro caso di famiglia benestante le venivano insegnati rudimenti di lettura e di musica (per un approfondimento leggi Paideia, educazione nella Grecia antica clicca qui)

L’universo destinato alla donna ateniese di famiglia agiata o ricca era quello ristretto delle pareti domestiche, o meglio di quella parte della casa riservata alle donne, il gineceo. Lì la donna ateniese svolgeva le funzioni domestiche che la società le assegnava: filare, tessere, organizzare il lavoro delle schiave, allevare i figli. Rare e poco apprezzate erano le uscite in pubblico, se non in caso di festività religiose (come le Panatenee) e sempre in compagnia di una ancella; era vietata la partecipazione a banchetti e simposi (diverso era la posizione sociale della donna etrusca nella società).
Le donne povere, però, che non disponevano di schiavi, non di rado contribuivano, con un lavoro fuori le mura domestiche, al sostentamento della famiglia, venendo così a contatto con la gente e con la vita pulsante della polis.

La principale funzione assegnata alla donna ateniese era naturalmente la procreazione, perché era questa a garantire la continuità della famiglia e della comunità dei cittadini (per un approfondimento leggi Partorire e nascere nella Grecia Antica clicca qui).

Una volta raggiunta l’età da marito (fra i 13 e i 16 anni), la donna ateniese si sposava con un uomo che, sempre di regola, si avvicinava alla trentina.
In Grecia, così come a Roma (Leggi Matrimonio e divorzio a Roma) non ci si sposava per amore, per attrazione o per libera scelta. Il matrimonio era in Grecia un fatto sociale e familiare, le cui motivazioni erano di natura economica o di prestigio, o semplicemente legate alla necessità di avere eredi legittimi.

A decidere i matrimoni erano i maschi di casa. Fatta la scelta e stabilita la dote fornita dal padre, il matrimonio veniva stipulato in modo privato, alla presenza di testimoni, come un qualsiasi contratto d’affari: un bene, in questo caso la sposa, passava dal vecchio al nuovo kýrios, dal padre al marito.

Il divorzio era ammesso, quasi sempre per iniziativa dell’uomo: dal punto di vista legale anche le donne potevano chiederlo, ma al prezzo di esporsi al giudizio di un’opinione pubblica sfavorevole. Se un marito voleva liberarsi della moglie non occorrevano particolari motivazioni: poteva rimandare la sposa alla casa paterna in qualsiasi momento, anche se in questo caso doveva restituire la dote, il che rappresentava un disincentivo (per un approfondimento leggi Matrimonio e divorzio nella Grecia Antica clicca qui).
Del resto, non esisteva per il maschio nessun impedimento, né legale né morale, ad accompagnarsi con altre donne. La legislazione ateniese, per esempio, consentiva al marito di avere delle concubine (pallakái) e di farle vivere in casa. A esse dobbiamo aggiungere le prostitute (pórnai, termine dal quale deriva “pornografia”) e le etère (“compagne”).

Il rapporto con la concubina era sottoposto ad una regolamentazione giuridica che da un lato imponeva alla concubina l’obbligo della fedeltà, esattamente come se fosse una moglie, e dall’altro riconosceva ai figli nati dalla concubina alcuni diritti successori, sia pur subordinati a quelli dei figli legittimi.

La prostituta forniva le sue prestazioni nelle strade, nei bordelli, nelle osterie. Oggetto di pesante riprovazione sociale, occupava un grado bassissimo della scala sociale e veniva presa in considerazione dalle leggi della città solo per due motivi: per fissare il limite massimo della sua tariffa, e per pretendere da lei il pagamento di un’imposta sul reddito. Molto diversa da quella di una comune prostituta, però, era la condizione della donna che, anziché vendersi nelle strade e nei bordelli, si vendeva nei templi. Come in Oriente, anche in Grecia esistevano infatti delle prostitute «sacre» che, dopo essersi consacrate alla divinità, si vendevano ai pellegrini, devolvendo i proventi della loro attività al tempio  presso cui prestavano servizio.

Dice Demostene che l’uomo ateniese poteva avere tre donne: la moglie per avere figli legittimi; la concubina «per la cura del corpo», vale a dire per avere rapporti sessuali stabiliti, e, infine, l’etèra.

L’etèra era spesso una donna raffinata e colta – come Aspasia di Mileto, amata da Pericle – che accompagnava gli uomini in varie attività sociali e culturali pubbliche. La loro prestazione era a pagamento, ma non necessariamente di natura sessuale.

Le etère vivevano spesso in bellissime case, tenevano “salotto”, partecipavano ai simposi, dunque conoscevano l’arte della conversazione. Godevano di una libertà di movimento sconosciuta alle donne di famiglia. Anche se bisogna osservare che la loro “libertà” era funzionale ai desideri maschili e alle esigenze di una società fondata sul predominio maschile.

Particolare era poi la condizione della donna spartana: leggi La donna spartana al servizio della Stato, sul sito di Studia Rapido.