educazione nella Grecia antica
Lezione a uno studente nell'antica Grecia (V secolo a.C.) su una coppa attica di Douris. Berlino, Antikensammlung

Educazione nella Grecia antica – I Greci chiamavano l’educazione paidéia (da pais, “fanciullo”). Tale educazione doveva plasmare il corpo e l’anima del giovane, formandolo a quelle che sarebbero state le sue fondamentali funzioni pubbliche: quella di cittadino (in  quanto tale destinato alla politica) e quella di soldato (in quanto tale destinato alla guerra). La paidéia non comprendeva solo l’istruzione scolastica, ma proseguiva per tutta la vita del cittadino, che si formava anche nelle assemblee, nei tribunali, nelle feste religiose, nei teatri. Maestro di questa educazione “permanente” era la polis stessa (per un approfondimento leggi La polis greca, caratteristiche della città greca clicca qui).

Il modello educativo applicato variava da polis a polis ma, anche in questo campo, Sparta e Atene rappresentavano esemplarmente due modelli contrapposti.

Il modello educativo di Sparta – I bambini e le bambine trascorrevano i primi anni di vita tra le pareti domestiche, affidati alla madre e, nelle famiglie che potevano permetterselo, a una nutrice quasi sempre di condizione schiavile.

All’età di sette anni, bambini e bambine lasciavano le proprie famiglie e passavano sotto il controllo di un funzionario statale preposto alla gioventù, il paidonòmos, ossia «prefetto dei fanciulli». Raggruppati per età, essi imparavano a socializzare, a rispettarsi reciprocamente, a emulare i migliori, a ubbidire ai compagni più grandi, armati di frusta, cui era affidata la guida del gruppo, a sottomettersi a una disciplina durissima. Errori e cedimenti comportavano punizioni severe e discredito presso i compagni, e potevano costare anche la vita.
I fanciulli venivano forniti di un’unica veste e di un unico mantello per tutto l’anno, con cui dovevano affrontare anche il rigido clima invernale. Dovevano fabbricarsi da soli i propri giacigli con erbe e giunchi. Ricevevano pasti molto scarsi, così da abituarsi a sopportare il digiuno. Venivano impartiti loro rudimenti di lettura e scrittura, mentre le attività atletiche venivano privilegiate.

A Sparta questa formazione era perfettamente funzionale agli obiettivi dello Stato: il fanciullo doveva divenire un soldato, pronto a battersi fino alla vittoria o alla morte, la fanciulla una madre forte e coraggiosa (per un approfondimento leggi La donna spartana: al servizio dello stato clicca qui).
Finito il corso di formazione, a coronamento dell’ultima tappa di questo duro percorso formativo, un limitato numero di ragazzi spartani era sottoposto al rito della krypteia: il giovane, portando con sé solo un pugnale e il necessario per mangiare, veniva allontanato dalla città. Di giorno si disperdeva in luoghi nascosti, di notte andava a caccia di iloti¹, per attaccarli e ucciderli a scopo di addestramento militare.

Il modello educativo di Atene – Completamente diverso era il percorso formativo ed educativo ad Atene.
Fino a sette anni, il fanciullo rimaneva in casa; della sua istruzione se ne occupavano i genitori oppure veniva affidato a un pedagogo (“colui che conduce il fanciullo”), in genere uno schiavo più istruito degli altri, che gli insegnava a leggere, a scrivere e a far di conto. Si scriveva su tavolette spalmate di cera (o a volte su semplici cocci) utilizzando uno stilo di metallo o d’avorio. A partire dal IV secolo a.C. si incominciarono a utilizzare fogli di papiro, sui quali si scriveva con una cannuccia appuntita chiamata kálamos e intinta nell’inchiostro (da cui il nostro “calamaio”). A sette anni, il fanciullo passava alla scuola del grammatico, il quale insegnava i primi rudimenti della letteratura e della retorica, basandosi soprattutto sui poemi omerici (Iliade e Odissea), per lo più da imparare a memoria. Verso i dodici anni iniziava a seguire i corsi di musica dal citarista; si imparavano a suonare strumenti a corda, come la cetra e la lira, e a fiato, come l’aulós, una sorta di flauto a due canne.

Pur con uno spazio molto più ridotto che a Sparta, l’educazione fisica aveva anche in Atene un’importanza essenziale: centrale è infatti, nella mentalità greca, l’idea che lo sviluppo dell’intelletto e quello fisico debbano procedere di pari passo. La ginnastica veniva praticata sia dai ragazzi sia dagli adulti, nei ginnasi, che comprendevano palestre e spogliatoi (“palestra”, in greco, si dice appunto gymnásion). La ginnastica aveva anche un preciso obiettivo civile: quello di preparare gli atleti per i giochi e per la guerra.

In merito alle fanciullle ateniesi c’è da fare una precisazione: soltanto in qualche raro caso di famiglia benestante le venivano insegnati rudimenti di lettura e di musica (per un approfondimento leggi La donna ateniese, non sempre madre e moglie clicca qui).

Il sistema formativo conobbe ad Atene una svolta nel corso del V secolo a.C. con la comparsa dei sofisti, insegnanti itineranti e lautamente pagati che istruivano i rampolli delle famiglie benestanti in molte discipline, ma sopratutto nell’arte del discorso, o retorica. Il sapere che essi impartivano ai giovani allievi si prefiggeva come fine la formazione del cittadino capace di partecipare attivamente alla vita della polis. Un insegnamento aperto a chiunque fosse in grado di pagarlo, quindi anche ai nuovi ceti in ascesa, non chiuso alla ristretta cerchia dei giovani aristocratici (per un approfondimento leggi Sofisti, prostituti della cultura o maestri di virtù? clicca qui).

 ¹La società spartana era divisa in tre categorie rigorosamente distinte: gli spartiati, i perieci e gli iloti. Gli iloti occupavano il gradino più basso della scala sociale; appartenevano alle popolazioni assoggettate della Messenia e della Laconia. Privi di ogni diritto, vivevano in una condizione di semischiavitù (a differenza degli schiavi, essi appartenevano allo stato e non al padrone, e non potevano essere né comprati né venduti). Erano costretti a lavorare la terra degli spartiati, consegnando loro metà del raccolto.