epopea di gilgamesh
Eroe armato che doma il leone. Bassorielievo del VIII secolo a.C. conservato presso il Museo del Louvre, Parigi. In passato tale figura è stata erroneamente identificata con Gilgamesh.

L’Epopea di Gilgamesh è il più antico poema epico della storia dell’umanità. Ha infatti preso forma in Mesopotamia nel III millennio a.C., secoli prima dei poemi omerici (Iliade e Odissea).

Gilgamesh, il protagonista, probabilmente è realmente esistito (all’incirca tra il 2700 e il 2500 a.C.): può essere stato un sovrano sumero della città di Uruk, nella Mesopotamia meridionale.

I canti epici composti in onore di questo personaggio hanno ingigantito la sua figura; prima si sono diffusi solo oralmente, poi anche per iscritto. Si pensa che intorno al 1500 a.C. un poeta abbia riunito in un poema unitario i canti separati. Del poema si ebbero poi successive versioni e integrazioni, fino alla cosiddetta “versione classica” conservata in dodici tavolette nella biblioteca del re assiro Assurbanipal (VII sec. a.C), a Ninive.

Il poema narra le imprese di Gilgamesh e del suo compagno Enkidu.

L’eroe è presentato come il figlio di Lugalbanda, re di Uruk, e della dea Ninsun. Inizialmente è un sovrano che opprime il suo popolo, finché gli dèi decidono di opporgli un terribile antagonista: Enkidu, l’uomo “primordiale”, l’uomo selvaggio abitatore della steppa che vive come gli animali.

Enkidu s’ingentilisce grazie all’incontro con una donna: Shamkhat. Poi va a Uruk e sfida Gilgamesh. Lo scontro è violento e leale. I due diventano amici, riconoscendosi ugualmente forti e valorosi.

Gilgamesh propone a Enkidu un’impresa: lo scontro con Khubaba, custode della Foresta dei Cedri. L’uccisione del mostro comporterà una redistribuzione dei suoi poteri ad altre entità e divinità. Quando, giunti alla Foresta, abbattono il primo cedro, Khubaba li attacca con tutta la sua potenza. Gilgamesh invoca allora l’aiuto del dio Sole che manda in soccorso i venti più impetuosi: Khubaba rimane paralizzato. Cerca quindi di commuovere Gilgamesh, ma Enkidu invita l’amico a non esitare e l’eroe uccide il mostro.

La dea dell’amore Ishtar si infatua di Gilgamesh e cerca di sedurlo. L’eroe la rifiuta schernendola. Ishtar, offesa e umiliata, comanda al dio del cielo Anu di inviare sulla Terra il «Toro celeste». Questi massacra centinaia di guerrieri e devasta la città di Uruk, ma Gilgamesh ed Enkidu lo affrontano e lo uccidono.

Gli dèi riuniti in concilio considerano sacrilego il comportamento dei due eroi che hanno ucciso prima Khubaba e poi il Toro celeste: decidono che almeno uno dei due deve morire. La loro scelta cade su Enkidu.

Enkidu viene colpito da un’inspiegabile malattia: lotta per dodici giorni tra vaneggiamenti, maledizioni e richieste di aiuto a Gilgamesh, ma alla fine muore.

Gilgamesh non sa darsi pace per la morte dell’amico, che gli preannuncia anche la propria. Gli celebra un sontuoso funerale e poi si mette alla ricerca del segreto dell’immortalità per riscattare l’umanità dal giogo della morte. Per questo egli si rivolge a Utnapishtim, unico uomo sopravvissuto al diluvio universale. Gli rivela l’esistenza della pianta dell’immortalità. Gilgamesh la troverà in fondo al mare ma, sulla via del ritorno, essa viene divorata da un serpente: Gilgamesh è sconfitto e, insieme all’umanità tutta, condannato al destino della morte.

In compenso le sofferenze e le esperienze hanno fatto di lui un uomo saggio, un re capace di opere grandiose. Con questa consapevolezza, ritorna a Uruk. Infine muore e viene celebrato il funerale, mentre tutta la città lo piange.