Le Olimpiadi
Le Olimpiadi - Scena di combattimento tra due lottatori riprodotta su un'anfora a figure nere del VI secolo a.C.

Le Olimpiadi nell’antica Grecia venivano celebrate ogni quattro anni nel santuario di Zeus a Olimpia (nell’Elide, regione del Peloponneso orientale).

Secondo la tradizione, la prima Olimpiade fu bandita nel 776 a.C., anno che divenne per i Greci l’inizio di uno dei loro sistemi di datazione.

Secondo il poeta greco Pindaro (518 a.C. circa – 438 a.C. circa), si trattava in origine di giochi funebri in onore di Pelope, l’eroe leggendario che diede il nome al Peloponneso e che lì era sepolto.

La storia è questa: Enomao, antico re dell’Elide, non voleva dare in sposa a nessuno la figlia Ippodamia, perché un oracolo aveva profetizzato che il futuro genero l’avrebbe ucciso. Enomao inventò allora un bel trucco: sfidava i pretendenti di Ippodamia in una corsa di carri, sapendo che comunque avrebbe vinto lui perché i suoi cavalli, doni di Ares, erano divini e imbattibili.
Già dodici pretendenti ci avevano rimesso la testa, quando fu la volta di Pelope, che non solo si fece donare i cavalli da Poseidone perché fossero invincibili, ma per maggiore sicurezza corruppe l’auriga di Enomao, Mirtilo, che alterò i mozzi delle ruote del cocchio del suo padrone, provocandone la morte in un incidente durante la gara.

Il mito ci insegna dunque sulle Olimpiadi qualcosa che forse non immaginavamo: che si trattava di una gara in cui si doveva vincere a tutti i costi. La famosa frase del barone Pierre De Coubertin (1863 – 1937), ideatore delle Olimpiadi moderne (le Olimpiadi furono sospese nel 393 d.C. e reintrodotte nel 1894) – “l’importante non è vincere, ma partecipare” – non avrebbe avuto alcun senso per i greci: o si vinceva o si perdeva, tanto che gli atleti, prima di scendere in campo, invocavano Zeus di concedere loro il trionfo o la morte.

In occasione delle Olimpiadi era bandita una “tregua sacra” fra le città eventualmente in conflitto, che permetteva innanzitutto ad atleti e spettatori di recarsi senza pericolo sul luogo della gara e favoriva un regolare e pacifico svolgimento di competizioni e feste.

Le Olimpiadi comprendevano ben tredici specialità sportive, dieci per adulti e tre riservate ai ragazzi tra i 12 e i 18 anni.

Il primo giorno era dedicato alla cerimonia di apertura (come oggi), con riti e sacrifici in onore di Zeus; l’ultimo giorno a quello di chiusura, con la premiazione dei vincitori, che venivano incoronati con la corona d’ulivo, e un gran banchetto.

I cinque giorni centrali erano riservati alle gare, che si svolgevano seguendo un ordine tradizionale: corsa dei carri, dei cavalli, montati dai fantini, poi le cinque specialità del péntathlon – lancio del disco, salto in lungo, lancio del giavellotto, corsa dei 200 metri e lotta – quindi le gare di corsa, poi lotta, pugilato e infine il violentissimo pancrazio, nel quale era permesso tutto (tranne cavare gli occhi all’avversario): calci, pugni, torsioni delle membra, colpi bassi; il combattimento terminava solo quando uno dei due contendenti non era più in grado di continuare o alzava le braccia, dichiarandosi sconfitto. In caso di incidenti mortali non era prevista punizione.

C’erano anche, come s’è detto, gare riservate ai giovani (corsa, lotta e pugilato) e non mancava uno spazio riservato alle donne: una corsa in onore di Era, cui partecipavano solo giovani nubili. È facile ipotizzare che le partecipanti fossero per lo più donne spartane, perché solo a Sparta le fanciulle praticavano lo sport e potevano mostrare il corpo nudo. Gli atleti, infatti, almeno in età classica, gareggiavano nudi, come mostrano le innumerevoli testimonianze artistiche. Secondo alcuni studiosi, questa abitudine è da ricollegae ad antichi riti di iniziazione comuni a molte culture primitive, attraverso i quali i giovani, superando una serie di prove, diventavano pienamente adulti.