Ultimo canto di Saffo parafrasi e commento

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ultimo canto di saffo di giacomo leopardi

Ultimo canto di Saffo composta da Giacomo Leopardi a Recanati dal 13 al 19 maggio 1822; chiude il primo nucleo dei Canti, quello delle canzoni civili.

Il testo di Ultimo canto di Saffo è un monologo lirico: a parlare è Saffo, la grande poetessa greca vissuta nel VII-VI secolo a.C.
Leopardi accetta la leggenda narrata da Ovidio nelle Eroidi per la quale Saffo si sarebbe innamorata del giovane Faone e, non corrisposta, si sarebbe suicidata gettandosi dal promontorio di Leucade.

Questa canzone – scrive Leopardi – vuole «rappresentare la infelicità di un animo delicato, tenero, sensitivo, nobile e caldo, posto in un corpo brutto e giovane»: un argomento che lo coinvolgeva direttamente, perché la sua stessa vita era stata segnata dall’esperienza dell’infermità e della bruttezza del corpo.

Ultimo canto di Saffo si compone di quattro strofe di diciotto versi ciascuna, tutti endecasillabi tolto il penultimo, settenario. I primi sedici versi sono liberi da rime, gli ultimi due sono legati da rima baciata.

Ultimo canto di Saffo parafrasi

Parafrasi prima strofa vv. 1-18

O notte tranquilla e raggio pudico della luna che sta per tramontare; e tu nunzio del giorno (pianeta Venere) che sorgi sulla rupe fra la selva silenziosa; oh immagini della natura piacevoli e gradite, finché non ebbi modo di conoscere le furie della passione (l’erinni) e il destino crudele (il fato); ormai un dolce spettacolo non reca diletto a chi nutre sentimenti disperati (disperati affetti).
Un’insolita gioia anima noi infelici, quando la furia polverosa dei venti si aggira turbinando (si volve) per l’aria limpida (etra liquido) e per i campi sconvolti (trepidanti), e quando il pesante carro di Giove squarcia tuonando il cielo oscuro di nubi sulle nostre teste.
A noi infelici piace immergerci nella tempesta tra i monti e le valli profonde, a noi piace la fuga degli animali spaventati, o il suono di un fiume in piena e la furia delle acque che s’avventano contro le sponde malsicure.

Parafrasi seconda strofa vv. 19-36

È bello il tuo aspetto, o cielo divino (divo), e sei bella tu, rugiadosa(rorida) terra. Ahimè, gli dèi (i numi) e il crudele destino non resero partecipe l’infelice Saffo di nessuna parte di codesta infinita bellezza. Assegnata come un’ospite poco importante, o natura, tollerata nei tuoi magnifici regni, e come un’amante disdegnata, invano rivolgo supplice il cuore e gli occhi alle tue bellezze. A me non sorridono i luoghi soleggiati, e l’albeggiare mattutino dall’oriente; non mi saluta il canto degli uccelli variopinti, non il mormorio dei faggi: e dove, all’ombra dei salici dai rami pendenti verso terra, un ruscello limpido distende le sue acque (seno) cristalline (puro), esso con sdegno sottrae le sue acque serpeggianti al mio piede incerto (lubrico) e nel fuggire (in fuga) urta (preme) contro le rive profumate.

Parafrasi terza strofa vv. 37-54

Quale colpa mai, quale peccato così terribile (sì nefando) mi macchiò prima di nascere (anzi il natale), per cui (onde) il cielo e l’aspetto (il volto) della sorte mi fossero così ostili (torvo)? In che ho peccato da bambina, allora che la vita è ignara di colpe (misfatto), per cui (onde) poi il filo grigio (il ferrigno… stame) della mia vita scorresse (si volvesse) al fuso della Parca inesorabile (indomita) privo di giovinezza e sfiorito? La tua [Saffo ora si rivolge a se stessa] bocca emette (spande) parole (voci) audaci (incaute): una volontà misteriosa (arcano) provoca (move) gli eventi stabiliti dal destino (destinati). Tutto è misterioso, fuorché il nostro dolore. Figlia disprezzata, nacqui per un triste destino, e la ragione di ciò la sanno gli dèi (e la ragione in grembo de’ celesti si posa). Oh preoccupazioni (cure), o speranze (speme) degli anni giovanili! Giove (il Padre) ha dato per gli uomini un perenne potere all’aspetto, alle belle forme; e, nonostante le imprese eroiche o l’eccellenza nella musica o nella poesia, la virtù non risplende in un corpo deforme.

Parafrasi quarta strofa vv. 55-72

Morirò (Morremo). Lasciato sulla terra il corpo indegno che la ricopre, l’anima troverà rifugio presso Dite, e correggerà l’errore crudele del destino. E tu, Faone, al quale invano fui legata da un lungo amore, e da una lunga fedeltà, e da un inutile furore di passione indomabile, vivi felice, se mai è vissuto felice sulla terra un essere mortale. Giove non mi bagnò (me non asperse) con l’acqua dolce custodita nel vaso della felicità, dopo che perirono i sogni e le illusioni della mia giovinezza. I giorni più lieti della nostra vita sono i primi a volare via (Ogni più lieto giorno di nostra età primo s’invola). Subentra la malattia, e la vecchiaia, e il fantasma della fredda morte. Ecco, di tanti onori sperati e di tante dolci illusioni, mi resta la morte (il Tartaro), e accolgono il mio nobile ingegno Proserpina, l’oscura notte del regno dei morti (atra notte), e le pianure deserte dell’oltretomba (e la silente riva).

Ultimo canto di Saffo commento

È notte, la luna tramonta e sorge Venere, ma Saffo, ormai sofferente, non può più godere del sereno spettacolo della natura. Anzi, alla bellezza armoniosa di essa si contrappone l’infelicità della poetessa, che ne è crudelmente esclusa.

Saffo sottolinea la propria innocenza: non può aver acquistato colpe prima di nascere, né nell’infanzia. La gratuità delle sofferenze subite è davvero inspiegabile. L’unica certezza è quella del dolore. Le attese della prima giovinezza restano inevitabilmente deluse e nel mondo è apprezzato solo la bellezza superficiale dell’aspeto fisico, senza porre riguardo ai valori dell’interiorità.

Il suicidio è per Saffo l’estremo risarcimento dell’errore crudele del destino, che l’ha fatta brutta e sensibile. Augura quindi all’amato Faone di essere felice, essendo d’altra parte consapevole dei limiti assai stretti posti alla felicità umana. Per sé, infatti, tutta la felicità si è limitata alle illusioni della giovinezza. Di esse non resta ormai più nulla; e quell’ingegno eccezionale che aspirava alla gloria sta invece per essere accolto dalle ombre della morte.

Il suicidio di Saffo testimoniano l’avvilimento di Leopardi, che sta prendendo coscienza dell’irrimediabilità delle proprie afflizioni e dell’inutile possesso di meriti e virtù, a fronte di una natura ritenuta ormai spietata e indifferente alla sorte dei suoi stessi figli.