I Lanzichenecchi e il Sacco di Roma (1527)
Sacco di Roma, Johannes Lingelbach, XVII secolo

I Lanzichenecchi, i famigerati mercenari tedeschi, il 6 maggio 1527, saccheggiano Roma.

Antefatto
Nel 1519 il giovane Carlo d’Asburgo divenne imperatore con il nome di Carlo V (venne incoronato imperatore del Sacro Romano Impero il 23 ottobre 1520, nella cattedrale di Aquisgrana).

Oltre che sulla Spagna, l’Italia meridionale e la Sicilia, e la Sardegna, Carlo V regnava sulle terre degli Asburgo in Austria e in Boemia, sulla Fiandra e sui Paesi Bassi. Per contrastare questa egemonia, il re di Francia Francesco I diede vita a un’alleanza antispagnola, la Lega di Cognac (1526), cui aderì anche il papa Clemente VII (figlio naturale di Giuliano dei Medici ucciso nella Congiura dei Pazzi un mese prima della sua nascita e in seguito preso sotto l’ala protettiva di Lorenzo il Magnifico, fratello di Giuliano). Clemente VII era anch’egli preoccupato che un impero troppo potente nella penisola avrebbe soffocato i territori della Chiesa.
Carlo V considerò il voltafaccia del papa (che era stato eletto con il sostegno di Carlo V e della casa di Spagna) un tradimento imperdonabile e la punizione che gli riservò di lì a poco fu terribile.

Il Sacco di Roma (6 maggio 1527)

Ebbene, nel 1527 in Italia erano presenti i 12 000 Lanzichenecchi che avrebbero dovuto annientare la Lega di Cognac ma furono lasciati senza paga e senza cibo e così i Lanzichenecchi prima devastarono le campagne, poi marciarono su Roma.

È bene tenere presente che in quegli anni i Tedeschi, di fede luterana, consideravano Roma la “città di Satana” e il covo di tutti i vizi; saccheggiarla, ai loro occhi, non appariva un sacrilegio ma un atto della giustizia divina.

Arrivati alle mura, i Lanzichenecchi sbaragliarono i 3000 mercenari svizzeri che le difendevano e misero a ferro e fuoco l’intera città: i cittadini romani furono massacrati; principi, cardinali, mercanti furono torturati dai Lanzichenecchi perché rivelassero dove avevano nascosto le proprie ricchezze; i preti furono messi alla gogna; le monache furono violentate così come le donne nelle loro case; le chiese vennero devastate e molte opere d’arte distrutte: «Sentivansi i gridi e urla miserabili delle donne romane e delle monache, condotte a torme da’ soldati per saziare la loro libidine […]. Udivansi per tutto infiniti lamenti di quegli che erano miserabilmente tormentati, parte per astrignerli a fare la taglia parte per manifestare le robe ascoste. Tutte le cose sacre, i sacramenti e le reliquie de’ santi, delle quali erano piene tutte le chiese, spogliate de’ loro ornamenti, erano gittate per terra; aggiungendovi la barbarie tedesca infiniti vilipendi» (Francesco Guicciardini, Storia d’Italia, Libro XVIII, cap. VIII, righi 74-82).

Carlo V, che era un cattolico fervente, non fece nulla per far cessare il saccheggio. I Lanzichenecchi restarono a Roma nove mesi, durante i quali il papa si salvò asserragliandosi nella fortezza di Castel Sant’Angelo con la sua corte di prelati, cardinali, burocrati, diplomatici, servi, artisti, scortato dalla Guardia Svizzera. Alla fine i Lanzichenecchi si ritirarono solo perché la Chiesa (dopo dieci mesi di occupazione) pagò un altissimo riscatto in oro e preziosi e perché restare era diventato impossibile: la città era rimasta senza viveri, le strade erano piene di cadaveri insepolti, l’acqua mancava perché tutte le fontane erano state distrutte e le epidemie falciavano sia le vittime sia i loro carnefici.

Il Sacco di Roma del1527 ebbe, nell’immaginario dell’epoca, il valore di uno shock, fu vissuto come uno stupro: esso segnava la fine di un’epoca, quella del Rinascimento.

Questo argomento è tratto da Riassunti di Storia-Volume 6 di Studia Rapido L’Ebook è in vendita su Apple Store, Amazon Kindle e Google Books