Giacomo Leopardi
Giacomo Leopardi nel celebre ritratto di A. Ferrazzi del 1820 circa, Recanati, Casa Leopardi

Giacomo Leopardi: vita e opere

Giacomo Leopardi nacque il 29 giugno 1798 a Recanati, una cittadina delle Marche compresa all’epoca nello Stato della Chiesa, da una nobile famiglia, primo di cinque figli.
Il giovane  Giacomo Leopardi crebbe in un ambiente reazionario e conformista, in cui il suo naturale bisogno d’affetto venne frustrato dall’indifferenza del padre e dall’eccessiva severità della madre, dedita piuttosto a risanare il dissestato patrimonio familiare.

Ricevuta la prima educazione, secondo l’usanza dell’epoca, da precettori ecclesiastici, Giacomo Leopardi si applicò da autodidatta, grazie alla ricca biblioteca paterna, allo studio della letteratura italiana, delle lingue e letterature classiche, della lingua ebraica, diventando padrone di un’immensa erudizione.
Frutto di questa applicazione, incredibilmente assidua e severa, furono tragedie e traduzioni, opere poetiche ed erudite, tra cui spiccano una Storia dell’Astronomia e un Saggio sugli errori popolari degli antichi. Questo studio da lui stesso definito «matto e disperatissimo» gli rovinò per sempre la salute, causandogli una leggera deformazione al corpo e disturbi alla vista. In aggiunta ai mali fisici, poi, Giacomo Leopardi pativa in modo acuto le incomprensioni dei familiari e dei concittadini, cosicché maturò una crisi profonda destinata a sfociare nel 1819 nel progetto di fuggire da Recanati.

Fallito il tentativo di fuga, ripiombò in uno stato di profonda prostrazione, appena alleviato dal rapporto epistolare che da qualche anno intratteneva con il letterato Pietro Giordani, l’unico ad averne intuito le grandi qualità intellettuali. Maturati in un simile clima, nacquero gli Idilli, la sua prima grande stagione poetica.
Ottenuto nel 1822 il permesso di lasciare Recanati, si recò a Roma, dove rimase per alcuni mesi ospite di parenti materni, finché, deluso e amareggiato, non fece di nuovo ritorno al suo paese. Qui rimase due anni e si dedicò alla composizione delle Operette morali, prose tra il filosofico, il satirico e il fantastico, in cui evidenziava la pessimistica concezione della vita maturata in quegli anni.

Nel 1825 si trasferì a Milano su invito dell’editore Stella, con l’incarico di sovrintendente all’edizione delle opere di Cicerone, poi successivamente a Bologna e infine a Firenze e a Pisa, alle prese sempre con problemi economici e con la salute ancor più cagionevole. Di questi anni particolarmente importante fu il periodo trascorso a Pisa, dal novembre del ’27 al giugno del ’28, durante il quale ritrovò la vena poetica che riteneva definitivamente inaridita, componendo i versi A Silvia e del Risorgimento.

Costretto dal riacutizzarsi della malattia a far ritorno a Recanati, vi rimase fino al 1830, in preda a una profonda tristezza e immerso nella lucida consapevolezza della propria infelicità: in quei mesi nacquero i Grandi Idilli, che l’anno successivo, nel 1831, confluiranno, insieme agli Idilli, gia pubblicati nel ’25-’26, nella prima edizione dei Canti.

Finalmente, nella primavera del ’30, grazie a una somma raccolta e messa a disposizione da amici fiorentini, Giacomo Leopardi lasciò definitivamente Recanati e si trasferì a Firenze, dove conobbe l’amore, non corrisposto, per Fanny Targioni Tozzetti e strinse una duratura amicizia con l’esule napoletano Antonio Ranieri. Proprio insieme a quest’ultimo, nel 1833, raggiunse Napoli, convinto di trovare sollievo ai propri mali grazie alla mitezza del luogo. Qui trascorse gli ultimi anni della vita, intento a scrivere e a curare la pubblicazione delle edizioni definitive delle Operette morali (1834) e dei Canti (1835), finché non morì, assistito dal Ranieri, il 14 giugno del 1837, a seguito di una violenta crisi d’asma, a soli trentanove anni.

Giacomo Leopardi: pensiero e poetica

Nell’opera poetica di Giacomo Leopardi emerge la pessimistica concezione della vita, dominata dal dolore e dall’infelicità. Al centro della sua meditazione c’è l’uomo e il suo rapporto con la natura. Gli interrogativi ai quali cercò costantemente una risposta sono: qual è il significato della vita? Perché la natura ci condanna al dolore e alla morte? Può l’uomo conoscere il piacere e la felicità?

Per Giacomo Leopardi la causa dell’infelicità umana è la natura che, considerata in un primo momento buona e benigna, viene in seguito vista come «matrigna», malvagia e feroce, in quanto suscita nell’uomo speranze e illusioni che poi delude sempre. E così il pessimismo di Giacomo Leopardi da individuale, in cui il poeta trova ancora qualche conforto nella contemplazione e nell’interrogazione della natura, diventa pessimismo storico, in cui riconosce nella ragione la causa dell’infelicità dell’uomo, perché essa gli dà la consapevolezza di tale infelicità nell’età adulta, e infine pessimismo cosmico: la natura rende infelici non solo gli uomini ma tutti gli esseri del creato.
La gioia è solo momentanea, è cessazione del dolore e al di là del dolore c’è la «noia» che spegne nel cuore il desiderio di vivere. A salvare da tale abisso contribuisce senza dubbio la poesia.

Quanto alla metrica e al linguaggio, partendo da posizioni tradizionali Giacomo Leopardi è andato elaborando uno stile originale. La forma adottata in prevalenza è la canzone, utilizzato nel Trecento da Francesco Petrarca, ma con alcune innovazioni: i versi, endecasillabi e settenari, creano un ritmo libero da schemi, seguendo l’evolversi del pensiero. Nel lessico, accanto a termini raffinati e arcaici  si inseriscono parole semplici e quotidiane: Giacomo Leopardi amalgama tradizione e innovazione, conseguendo risultati altamente poetici e suggestivi.