la quiete dopo la tempesta, giacomo leopardi

La quiete dopo la tempesta di Giacomo Leopardi, introduzione, metro, testo, parafrasi, commento e analisi.

La quiete dopo la tempesta: introduzione

La composizione di questo canto avvenne a Recanati tra il 17 e il 20 settembre 1829, prima dunque del Canto notturno, che pure lo precede nella struttura del libro. In tal modo La quiete dopo la tempesta veniva a concludere, insieme al Sabato del villaggio, i Canti come si presentavano nell’edizione del 1831.

La quiete dopo la tempesta: metro, testo e parafrasi

Metro: canzone libera costituita da tre strofe di endecasillabi e di settenari variamente distribuiti e variamente collegati da rime e assonanze.

Testo

Passata è la tempesta:
Odo augelli far festa, e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
Rompe là da ponente, alla montagna;
Sgombrasi la campagna,
E chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
Risorge il romorio
Torna il lavoro usato.
L’artigiano a mirar l’umido cielo,
Con l’opra in man, cantando,
Fassi in su l’uscio; a prova
Vien fuor la femminetta a còr dell’acqua
Della novella piova;
E l’erbaiuol rinnova
Di sentiero in sentiero
Il grido giornaliero.
Ecco il sol che ritorna, ecco sorride
Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
Apre terrazzi e logge la famiglia:
E, dalla via corrente, odi lontano
Tintinnio di sonagli; il carro stride
Del passegger che il suo cammin ripiglia.

Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita
Quand’è, com’or, la vita?
Quando con tanto amore
L’uomo a’ suoi studi intende?
O torna all’opre? O cosa nova imprende?
Quando de’ mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d’affanno;
Gioia vana, ch’è frutto
Del passato timore, onde si scosse
E paventò la morte
Chi la vita abborria;
Onde in lungo tormento,
Fredde, tacite, smorte,
Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
Mossi alle nostre offese
Folgori, nembi e vento.

O Natura cortese,
Son questi i doni tuoi,
Questi i diletti sono
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
È diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana
Prole cara agli eterni! Assai felice
Se respirar ti lice
D’alcun dolor: beata
Se te d’ogni dolor morte risana.

Parafrasi strofa 1 – La tempesta è passata: sento gli uccelli far festa e la gallina, tornata sulla via che ripete il suo verso. Ecco che il sereno rompe [le nuvole] là da occidente verso la montagna; la campagna si libera [della foschia], e il fiume appare distintamente nella valle.
Ogni animo si rallegra, da ogni parte riprendono i rumori [della vita quotidiana]. Ricomincia il lavoro di sempre.
L’artigiano, con il [suo] lavoro in mano, cantando, si affaccia sulla porta [della bottega] per contemplare il cielo umido; la popolana (la femminetta) esce provando se sia possibile raccogliere l’acqua della pioggia recente; e l’ortolano ripete di sentiero in sentiero il richiamo di tutti i giorni.
Ecco il sole che ritorna, ecco [che] risplende per i poggi e per i casolari. La servitù apre le finestre, apre [le porte dei] terrazzi e [delle] logge: e dalla via principale si sente un lontano tintinnio di sonagli [: quelli appesi alla bardatura degli animali da tiro]; il carro del viandante, che riprende il suo viaggio, stride.

Parafrasi strofa 2 – Ogni animo si rallegra. Quando la vita è così dolce e così gradita come ora [: cioè dopo la tempesta]? Quando l’uomo si dedica con tanto amore alle sue occupazioni? O torna al lavoro? O intraprende una nuova attività? Quando si ricorda meno dei suoi mali?
Il piacere [è] figlio del dolore; è una gioia illusoria, che è il prodotto del timore passato, [di quella paura] a causa della quale chi odiava (aborria) la vita si scosse ed ebbe il terrore della morte; [di quella paura] a causa della quale le persone raggelate (fredde), ammutolite (tacite), pallide (smorte), con tormento prolungato, sudarono [freddo] ed ebbero il batticuore vedendo i fulmini (folgori), nuvole (nembi) e vento diretti a colpirci (mossi alle nostre offese).

Parafrasi strofa 3 – O natura benevola (cortese; con ironia), sono questi i tuoi doni! Sono questi i piaceri (diletti) che tu offri ai mortali.
Fra noi [uomini] il piacere (diletto) consiste (è) nel cessare di soffrire (uscir di pena). Tu spargi pene in gran quantità (a larga mano); il dolore (duolo) [ne] nasce spontaneo: e quel tanto di piacere che per prodigio (mostro) e [per] miracolo nasce talvolta dal dolore (d’affanno) è un gran guadagno.
[O] genere umano (umana prole) caro agli dèi (agli eterni)! [Puoi ritenerti] abbastanza (assai) felice se ti è permesso (se…ti lice) di tirare il respiro (respirar) [per un po’] da qualche dolore: [puoi ritenerti addirittura] beato se la morte ti guarisce (te…risana) da ogni dolore

La quiete dopo la tempesta: commento e analisi

La quiete dopo la tempesta sviluppa, in sede poetica, il concetto, particolarmente caro a Leopardi, dell’inesistenza del piacere per l’uomo.

Per Leopardi, giunto ormai allo sbocco delle sue riflessioni sui grandi problemi dell’esistenza, la condizione umana è una condizione di dolore: il dolore è l’unica vera realtà della vita.

Il piacere è solo «figlio d’affanno» e per l’uomo smettere di soffrire anche solo per un momento è già motivo di gioia.

Così, l’umile gente di Recanati, dopo un violento temporale che l’ha tormentata con i suoi lampi e i suoi fulmini facendole temere il peggio, torna alla vita e alle fatiche di sempre con una gioia e una letizia che non hanno nessuna ragione di essere e nascono solo dalla soddisfazione di aver superato un brutto momento. Così, gli uomini credono sempre che l’occasionale diminuzione dell’intensità del dolore in cui vivono sia il piacere e cadono con ciò vittime del terribile inganno che la natura perpetra nei loro confronti.

La lirica è strutturata in due parti di tono e di livello ben diversi, ma intimamente fuse l’una all’altra e l’una all’altra necessarie per l’economia del componimento.
Nella prima parte (vv.1-24) è descritta la gioiosa ripresa della vita e delle consuete attività nel borgo, dopo la fine del temporale.
Alla seconda parte, invece, è affidato il compito di svolgere il motivo più propriamente speculativo che sta alla base della lirica.
Naturalmente, dal punto di vista espressivo, la prima parte è principalmente descrittiva ed è ricca di immagini, di quadretti realistici e di suggestive notazioni di vita paesana. La seconda parte, invece, è caratterizzata da un andamento riflessivo e da una amara e sarcastica ironia, ma costituisce l’indispensabile sviluppo della prima: in essa il poeta chiarisce il significato metaforico dell’idillio, solo apparentememte sereno e festoso, delineato nella prima parte.